1 Marzo 2026 – 2° Domenica di Quaresima
Prima Lettura
Dal libro della Genesi
Gn 12, 1-4
Salmo 32
Seconda Lettura
Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo a Timoteo
Tm 1, 8-10
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17, 1-9
Il paese che Abramo cerca non è la Palestina, è l’umanità, non è la terra Santa ma è la terra senza aggettivi, non è l’uomo ebraico ma è l’uomo senza aggettivi. L’uomo solo. E questo il punto che costantemente attraversa lo stesso Vangelo e non solo il Vangelo ma tutta la storia della fede cristiana.
Se la guardiamo dal momento in cui siamo, la storia della fede è attraversata da questa spaventosa ambiguità. Noi abbiamo vissuto la fede credendo che il viaggio fosse compiuto. I paesi cristiani hanno voluto portare dentro il recinto della cristianità tutti i popoli, se necessario anche con la spada. Così è avvenuto.
Ci sono stati perfino teologi intenti a giustificare la spada per costringere tutti ad entrare nell’adempimento, nel punto di arrivo. Le pagine della storia sono macchiate da questo fanatismo cristiano, che non è morto, ha solo cambiato stile. Il suo nocciolo duro è la presunzione di avere noi l’adempimento.
Grazie a Dio, però, c’è anche l’altro verso, c’è la innumerevole serie di coloro che hanno camminato uscendo fuori dalla casa del padre, uscendo fuori da queste identità rigide in cui la fede si ripiega su se stessa e diventa sanzione sacra dell’immobilità storica e ritorna ad essere ragione di viaggio.
Siamo in un tempo così nuovo che se appena ci poniamo con il cuore e lo spirito liberi dinanzi a ciò che l’uomo aspetta, sentiamo che ciò che i nostri padri ci han detto non serve più. Dobbiamo trovare parole nuove, misurate sulla paura e le attese dell’uomo, noi che ormai siamo assediati da culture diverse dalla nostra sulla quale si era distesa la nostra presunzione imponendo nomi, costumi, riti e religioni non loro.
Noi che avvertiamo che, per una specie di rappresaglia storica, l’onda del risentimento si alza contro di noi, noi dobbiamo trovare parole nuove che non son più quelle delle crociate e nemmeno quelle delle missioni (che a volte erano crociate spirituali, eguali alle prime), ma quelle dell’incontro umano basato sulla certezza che il problema umano è il primo approccio per altri problemi, quelli della fede.
Sarebbe come se Gesù dinanzi al cieco che chiedeva la vista, allo storpio che chiedeva di poter camminare avesse fatto discorsi spirituali eludendo l’incontro fisico della domanda. Invece è da lì che Gesù ha sempre cominciato, è lì che a volte è restato. Perché per un cieco il Regno di Dio è vederci e per un malato il Regno di Dio è esser guarito.
Noi però abbiamo avuto paura di dare al Regno di Dio questa dimensione immediatamente fisica perché essa ci avrebbe scomodato. Noi possiamo promettere mille paradisi spirituali tanto nessuno ci chiederà conto se le nostre promesse sono vere o no: quel che non vogliamo promettere è il pane a tutti perché di questo il mondo ci chiede conto e non lo vediamo e spendiamo capitali incredibili per altro.
Ecco perché mettere in primo piano il profilo umano dell’incontro con Gesù senza più il fulgore della veste candida come neve e il volto come il sole, significa ritrovare l’incontro con l’uomo.
Gli uomini chiedono cose precise e noi dobbiamo rispondere a livello delle loro domande, non scartando il loro spessore crudamente umano con evasioni spirituali. Questo è il punto critico — a mio giudizio — della nostra situazione.
È inutile che faccia degli esempi. Sono quelli di sempre: si tratta della pace, si tratta della fame nel mondo, si tratta del terribile collasso ecologico, dovuti alla nostra insipienza, alla nostra presunzione, al nostro orgoglio e alla nostra sete di potere, al nostro falso senso del possesso… Questi sono i luoghi in cui oggi avviene il confronto.
È a questo confronto che dobbiamo predisporci.
Se noi ci riconfrontiamo col Gesù solo, con le sue parole vere, non incastonate in teologie che le spiritualizzano ma riconsegnate al loro peso specifico, noi troveremo la perennità del Vangelo. Potremmo riparlare anche di Dio, ma dopo questo attraversamento umano.
Non ci preoccuperemo più di fare discettazioni sulla diversità fra natura e persona perché prima avremo da fare altri discorsi, quello che anche il povero capisce, quello che anche l’analfabeta capisce. L’analfabeta non capisce le definizioni dei concili ecumenici ma capisce, e ha diritto di capire, il semplice computo della giustizia distributiva, la semplice garanzia del bisogno di sopravvivenza fisica…
Queste cose il povero le capisce e la verità vera sta proprio qui prima che altrove: ecco qual è il cambiamento che dobbiamo vivere.
È naturale che impostando le cose così, le nostre identità di ieri si dissolvono. Noi siamo ormai gettati fuori dalla casa paterna. Inutilmente la ricerchiamo. Dobbiamo saper camminare verso un paese — che è l’umanità intera — in cui la nostra vita e il nostro sforzo significhino benedizione per tutte le genti al di fuori di ogni particolarismo di qualsiasi genere.
Da “Il Vangelo della pace”, vol. 1, anno A.