10 Maggio 2026 6ª Domenica di Pasqua

10 Maggio 2026 6ª Domenica di Pasqua

Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli
At 8, 5-8. 14-17

Salmo 65

Seconda Lettura
Dalla prima lettera di San Pietro apostolo
1Pt 3, 15-18

Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14, 15-21

————————-

Il compito dello Spirito Santo — ci è sempre stato detto, anche se non l’abbiamo mai fatto — è di liberarci del particolare (che non vuol dire della realtà concreta) per metterci in comunicazione con tutto il mondo, con tutti gli al di là di tutte le cortine di ferro, non solo politiche ma anche spirituali.

Pensate alla cortina spirituale terribile che c’è fra il cristianesimo e l’Islam. I musulmani sono stati sempre vicini a noi, mescolati con noi, ma sono distanti anni luce.

Tutto è servito a questo. Pensate poi alla tragica cortina di odi nei confronti del mondo giudaico che ha trovato il suo sbocco nei forni crematori.

Pensate alla lontananza incredibile dell’Oriente: dei buddisti, degli induisti… Pensate al mondo africano.

Chi è Gesù?

Noi non conosciamo lo Spirito, noi abbiamo la «religione di Gesù» che è una religione particolare, e che per molti secoli andava bene perché era la religione dei conquistatori che con le cannoniere dominava il mondo.

Ma era una religione particolare.

Noi siamo battezzati solo nel nome di Gesù. Ci vuole uno Spirito Santo che ci porti oltre le cortine, che ci faccia comprendere come la fede in Gesù deve sapersi combinare con tutte le culture, con tutti i problemi dell’uomo.

Non deve avere il volto definitivo e determinato e insostituibile che gli abbiamo dato in questi secoli di storia tribale che abbiamo vissuto.

È finita solo oggi, l’età delle tribù.

Gesù è fuori dalle nostre tribù.

Lo so, tocca a me, se vivo secondo lo Spirito, liberarmi da questa prigionia e fare di questo nome un nome che salva ovunque e non solo a Londra, a Roma, a Washington — dove viene fin troppo nominato —, ma anche in Africa, in Asia, in ogni tribù senza che questo nome segni un potere che arriva.

Dovrebbe indicare una liberazione che esplode.

È un compito immenso a cui non siamo preparati: noi attendiamo lo Spirito.

Siccome entriamo già nel clima liturgico della Pentecoste, questo è un primo spunto per una riflessione che vorrei tener calata nel concreto.

Io ritengo che questo sforzo di liberazione dal particolare dobbiamo compierlo anche senza stare ad aspettare un improbabile confronto con i continenti, perché i continenti li abbiamo accanto.

La diversità, ormai, sotto l’aspetto egualitario della tecnologia, è diventata abissale.

La mancanza di fiducia in quelle verità che si stavano diffondendo come forme della nuova cultura razionale, ha per effetto che ciascuno ritorni nella sua tana culturale.

Ci sono sociologi che ci indicano che in questi anni il particolarismo rabbioso ritorna perfino dove non si pensava.

Da una parte abbiamo i transistors che ci mettono a contatto col mondo intero, ma dall’altra parte c’è il particolarismo aggressivo che si ricostruisce secondo i moduli pre-industriali, pre-razionali.

Faccio solo un riferimento a fenomeni che sono, forse, solo allo stato incipiente.

Ritornando alla dimensione meramente antropologica vorrei dirvi: state attenti a quel momento in cui come persone umane vi trovate a contatto con l’altro che non capite.

Abbandonate il vecchio stile di respingerlo perché non lo capite; acquistate l’abitudine di rimettervi in questione come lui vi mette in questione e cercate di poter esprimere la vostra identità anche a lui che non capite.

È in questo sforzo che noi ci liberiamo dalle angustie di ieri.

Io non so con quali esiti. Non che questo significhi gettare un contrassegno di relatività inadeguata su tutte le vostre certezze.

Non vorrei affatto esortarvi al relativismo totale, vorrei esortarvi, ed esortarmi, a mettere in primo piano la comunione con l’uomo come criterio di verità — non dunque un criterio astratto o dogmatico — e tentare questa comunione anche là dove è impossibile.

Il momento dello Spirito Santo è quando cade la cortina e il Giudeo e il Samaritano si ritrovano uniti in comunione fra loro: un programma che investe la sfera privata, quotidiana della nostra vita e la sfera pubblica dei rapporti tra i popoli e tra i continenti.

Da “Il Vangelo della pace” vol 1, anno A

/ la_parola