12 Luglio 2026 – 15ª Domenica del Tempo Ordinario
Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia
Is 55, 10-11
Salmo 64
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 8, 18-23
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13, 1-23
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La nostra consegna di vita deve diventare quella di una fedeltà creativa aperta alla moltitudine delle forme con cui questa crescita avviene, che è un altro aspetto mirabile con cui dovranno confrontarsi per forza i teologi di domani quando si domanderanno che cosa ci stanno a fare tutte queste religioni nella nostra città.
Ci sono confuciani, taoisti, buddhisti, islamici, musulmani.
Noi dobbiamo invece ringraziare Dio perché ci sono, perché anch’esse hanno percorso una esperienza grande che dobbiamo ascoltare in quanto la misura della fedeltà alla parola non l’abbiamo in mano.
Essa sarà la rivelazione degli ultimi tempi e dobbiamo sapere che — come disse Gesù ai figli del regno che erano gli Israeliti — verranno dall’Oriente e dall’Occidente.
I profeti, dice oggi Gesù, non hanno potuto conoscere quello che noi conosciamo.
Non posso risolvere il problema che mi pone la presenza di un uomo di altra religione andando a consultare Tommaso d’Aquino o il Concilio di Trento.
Non ci trovo nulla perché a me è dato capire, oggi, non ieri, come è nella logica della vita.
Come è difficile questo!
Capisco le preoccupazioni, ma in realtà se vogliamo salvare la parola vivente, non le definizioni date tre secoli fa, dobbiamo avere il coraggio di abbandonarci a questa esperienza creativa e chiarificatrice della vita vissuta.
Questo è vero a tutti i livelli, anche nella vita morale.
Sentivo il bisogno di dire queste cose perché si moltiplicano in questo tempo, miserabile e grande, pieno di nefandezze e pieno di grandezze straordinarie, le occasioni per ritornare su queste cose.
Pensate all’emergenza che acquista il tema ecologico.
Noi dobbiamo cogliere come un segno la scoperta che abbiamo fatto delle responsabilità che abbiamo nei confronti della creazione, del suo gemito.
È bella l’immagine di Paolo del gemito, che dura milioni di anni, della creazione che aspira ad un’altra condizione.
Noi dobbiamo ascoltarlo.
Non siamo i dominatori che passeggiano con le scarpe ferrate sui germogli dell’universo, siamo i custodi di ogni germoglio.
È un cambiamento di atteggiamento che ci è chiesto e noi qui ci ritroviamo il senso di ciò che ci è stato detto.
Ieri non si era capito, oggi lo comprendiamo.
E così la compresenza di gruppi etnici di diverse tradizioni, gomito a gomito — negli stessi luoghi, nelle stesse scuole, nelle stesse classi, nelle stesse chiese, perché ormai si moltiplicano le occasioni di preghiere comuni fra uomini per i quali il nome di Dio è diverso — è un fatto straordinario.
Dobbiamo viverlo non certamente con superficialità ma nemmeno applicando in modo schematico ed oppressivo le certezze di ieri che non sono più all’altezza dei bisogni vitali di oggi, di questa parola che vuol crescere, che non deve ritornare al Padre senza aver prodotto tutto quello che essa conteneva di sé.
Ritorno, per chiudere, alla semplice linea di lettura che vi ho suggerito: quella parola ci dice che quando Dio pose l’uomo nella creazione pensava all’uomo Gesù Cristo, all’uomo liberato dalla morte, che non è più di un popolo o di un altro popolo ma è Adamo, l’uomo primo che si è adempiuto.
Per realizzare questo adempimento l’umanità collabora in ogni suo membro.
Anche le tribù lontane da noi sono in cammino ed hanno tesori da darci.
Le capiremo quel giorno in cui ci accorgeremo che le nostre biblioteche nazionali non significano nulla e che un rito tribale dell’Africa era pieno di senso.
Noi capiremo queste cose.
Dobbiamo tenerci con questa apertura non generica, approssimativa ma piena di riflessione, di attenzione e di rispetto perché siamo dentro la vegetazione della parola: non la possediamo, ne siamo posseduti.
Questo è l’atteggiamento interiore che dobbiamo coltivare in noi e nelle nuove generazioni, perché oltretutto questa è la via per liberarci dallo stato di inimicizia in cui siamo cresciuti e che ci viene riflesso negli occhi dalla condizione della natura che porta le piaghe dell’inimicizia dell’uomo verso l’uomo e dell’uomo verso le cose.
Da “Gli ultimi tempi”, vol. 1, anno A