12 Ottobre 2025, 28° Domenica t.o.

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Prima Lettura Dal secondo libro dei Re 2Re 5, 14-17
Salmo 97
Seconda Lettura Dalla seconda lettera di San Paolo ap. a Timoteo 2Tim 2, 8-13


Dal Vangelo secondo Luca Lc 17, 11-19


I termini di riferimento tra i quali vorrei che si muovesse la spola della mia riflessione sono, da una parte, lo straniero, che qui prende la figura del siro Naasan, che non era di Israele ma fu guarito dal Dio di Israele, e di uno dei dieci lebbrosi che non era del popolo di Israele, apparteneva alla tribù scismatica dei samaritani; dall’altra il grido dell’apostolo Paolo che è in prigione per il Vangelo e porta le catene come un malfattore: ma «la parola di Dio non è incatenata». Tra queste catene e lo straniero che entra nello spazio della salvezza c’è — come vedremo — un nesso.

Tra i dieci lebbrosi, nove eseguono a puntino le prescrizioni già stabilite da Mosè: vanno a presentarsi dai sacerdoti e sono dei buoni ebrei, l’altro — il decimo — non è un buon ebreo, non conosce le prescrizioni e perciò quando è guarito ha un moto di gratitudine, sente il bisogno di ritornare da Colui che aveva operato il miracolo. Gli altri nove sono paghi di aver fatto quello che dovevano fare, di Gesù se ne sono già dimenticati: se ne son serviti, hanno osservato la legge e sono a posto. Nei due comportamenti il Vangelo ci propone una dialettica che è una sua costante e che oggi possiamo un tantino approfondire col riferimento all’affermazione di Paolo che «la parola di Dio non è incatenata».

In questi giorni alcuni intellettuali di fronte alla grave questione degli armamenti e della installazione dei missili hanno ragionato in perfetta logica accettando il vecchio criterio della legittima difesa e ponendosi dinanzi all’altra parte, gli avversari, con un atteggiamento di radicale sfiducia. Essi hanno ragionato bene. Solo che nel loro ragionamento c’è un anello che non regge: è quello che lega la nostra coscienza storica, la nostra integrazione nelle istituzioni che ci danno sicurezza, solidità e identità e la nostra appartenenza al genere umano come tale. Un tempo questo discorso poteva sembrare retorico. Non sono mai mancati i filosofi che hanno usato accenti cosmopoliti riconoscendo che la vera patria dell’uomo è l’umanità intiera. Nel secolo scorso un’ondata umanitaria ha volgarizzato questo concetto dell’umanità come unica famiglia, ma oggi, poiché il riferimento del nostro discorso civile e morale è la minaccia di una distruzione della specie, questo discorso non è più un postulato morale, è realistico. Il concetto «legittima difesa» è arcaico perché non ha un riferimento effettivo all’ipotesi di quel che accadrebbe nella eventualità di un conflitto: né vincitori né vinti, ma la specie umana come tale gettata nel nulla. È chiamata in causa la nostra qualità originaria di membri della famiglia umana come tale. Nessuna distinzione è più possibile, legati come siamo tutti alla legge costitutiva della sopravvivenza, dove non c’è più distinzione di razza perché muoiono i bianchi e i neri, né di ideologia perché muoiono quelli di destra e quelli di sinistra, né di religione perché muoiono gli atei e i cristiani. L’ipotesi della fine della specie, che è realistica, anzi scientifica, ci costringe a riscoprire questa nostra condizione primordiale.

Siamo costretti a capovolgere i punti di riferimento della coscienza. Una coscienza che si riferisce solo a istituzioni in cui viviamo la nostra esperienza civica, ai blocchi culturali e politici in cui siamo inseriti già per questo ha perso ogni fondamento. L’unico fondamento adeguato alla situazione è di sentirsi responsabili della specie umana. Gli «avversari» non sono più perché il fatto, il pericolo ipotetico di cui stiamo parlando non risparmia nessuno. In qualche modo questa situazione storica porta alla luce uno stato di coscienza che anche la letteratura ha tante volte illustrato: quello dello straniero. In realtà, di fronte a uomini che ragionano in un certo modo, mi sento uno straniero. Non sono un patriota, sono uno straniero; rappresento i negri, rappresento l’est, la specie umana… L’essere stranieri è essere uomini, ritrovare la misura universale. È immagine se volete, ma una immagine che si attaglia bene al discorso che abbiamo appena avviato con la pagina del Vangelo.

Il siro era uno straniero, il samaritano era uno straniero, e gli stranieri erano visti come estranei ai privilegi della salvezza. Gesù si pone sempre dalla parte dello straniero: Egli è uno straniero nel senso che è per l’uomo. Più l’uomo è diverso, estraneo al mondo degli “integrati” di Israele, più Egli si sente dalla parte sua. Egli fu radiato proprio perché era uno strumento straniero nel suo paese, perché era l'”uomo”, era il “figlio deIl’uomo”: non il figlio di Israele, ma il figlio deIl’uomo. La necessità di ritornare tutti noi ad essere figli degli uomini, e non degli italiani e non dell’Occidente, ma degli uomini, della specie umana, annulla tutte le distinzioni che in un certo ordine hanno importanza ma non sono ultimative, dirimenti per la coscienza morale.

Da “Il Vangelo della Pace” vol 3, anno C

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