14 Settembre 2025, 24° Domenica T.O.

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Prima Lettura: Dal libro dei numeri Num 21, 4-9
Salmo 77
Seconda Lettura: Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi Fil 2, 6-11

Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 3, 13-17

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A destare in me l’interrogativo con cui intendo meditare questi brani è l’espressione che Paolo usa nel definire se stesso prima della conversione: «ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento». Non mi riferisco soltanto al fatto che — come sappiamo — Paolo aveva applaudito alla lapidazione di Stefano, era stato incaricato dal Sinedrio di andare ad incarcerare i cristiani ed aveva partecipato ad azioni violente in nome della fede nel vero Dio di Israele.

Questa «violenza» ha una radice. La radice la vedo nel gruppo dei farisei — Paolo era un fariseo — che mentre Gesù mangia e sta fraternamente con i persecutori, mormorano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». In questo sguardo c’è la radice della violenza. Sono molti a interrogarsi su quali siano le radici di fondo di questa violenza che ci fa così barbari e che a questo punto della storia ci mette nel rischio di distruggere l’umanità intera. Questo interrogativo può essere un modo giusto di partire per sollecitare la Scrittura e averne la risposta adatta alle nostre inquietudini.

Questi farisei sono i capostipiti di una razza che conosciamo. A questa stessa razza appartiene quel bravo figliolo di cui parla la parabola che è un uomo irreprensibile, come i farisei erano irreprensibili, che non ha mai trasgredito un comando del padre, che lo ha servito per anni ed anni, ma non ha mai fatto festa con Lui! Con profonda sapienza il Vangelo propone come immagine della virtù un uomo che ha dalla sua parte la testimonianza di una vita ineccepibile.

In contrasto con lui c’è la figura del fratello che torna da una vita dissoluta dopo aver sperperato il patrimonio e c’è questa festa che il padre organizza: la stessa festa che Gesù fa con gli emarginati, con coloro che la società bollava come peccatori.

Vi devo confessare il punto in cui il Vangelo mi imprigiona come in una morsa e mi impedisce di dare una facile soluzione a una contraddizione evidente. Sento che non è lecito interpretare questo straordinario scandaglio sul mistero di Dio e sul mistero dell’uomo riducendolo ad una pura esortazione al pentimento e alla confessione. Qui c’è di più. Qui traspare la sostanza stessa della Rivelazione evangelica e perciò traspare qualcosa del nostro mistero, del mistero del nostro male e del mistero del nostro bene.

Io sento simpatia per un uomo onesto, che lavora, che non ha dissipazioni, che si fa scrupolo di compiere il suo dovere anche verso il padre. In lui c’è tutto l’universo della legge morale, e come non amare la legge morale? C’è la virtù e come non amare la virtù? Sarebbe un brutto modo di leggere il Vangelo semplificare queste antitesi, dando ragione al padre e al figliuol prodigo e buttando nella derisione il figlio onesto.

Conosciamo le fatiche interiori con le quali dobbiamo costruire la nostra onestà e dobbiamo educare i figli che crescono. Non dobbiamo sentirci squalificati dalla morale festiva del padre del figliol prodigo. Ci deve essere qualcosa di più, nel discorso.

Io penso che questo qualcosa di più che non contraddice il riconoscimento delle leggi morali (e delle leggi positive che si ispirano ad esse) è in una improvvisa e luminosa rivelazione del carattere relativo, inadeguato, triste delle virtù umane. Non che esse non valgano, ma per capire il loro valore occorre aver provato un profondo disgusto per loro.

Solo se noi — supponiamolo solo per un momento — siamo virtuosi ma ad un certo momento sentiamo il fastidio per le nostre virtù, se sentiamo che esse non valgono niente, distillano e trasudano tristezze, solo allora è giusto che siamo virtuosi. Il pericolo terribile della virtù è che essa ci imprigioni, diventi un assoluto perché manca di quell’elemento, di quel principio vitale che noi chiamiamo amore — qui mi pare proprio giusto chiamarlo «amore» — che entrando nella struttura faticosa delle nostre virtù le rende primaverili, le fa germogliare.

È molto bene esser retti, fedeli ai propri impegni, fedeli alla famiglia… però se non nasce questo indefinibile guizzo di fuoco, è tutto inutile. Viene allora alla memoria tutta l’educazione, specialmente in chi come me ha subito il lungo itinerario della formazione in uso nei seminari, tutto il cammino accanto ad uomini virtuosi in modo irascibile, virtuosi in modo disumano, che lasciavano trasparire dalle loro virtù una specie di soffocamento della vita, una specie di sottile amore della morte, e tutto questo in nome del Vangelo.

Allora mi prende l’irritazione, vorrei dire, lo sdegno del Cristo contro i Farisei.

Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 3, anno C

/ la_parola