15 Marzo 2026 4° Domenica di Quaresima

15 Marzo 2026 4° Domenica di Quaresima

Prima Lettura
Dal primo libro di Samuele
1Sam 16, 1.4. 6-7. 10-13

Salmo 22

Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini
Ef 5, 8-14

Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 9, 1-41


Che passare dalle tenebre alla luce sia liberazione, in tutti i significati delle parole “tenebre” e “luce”, è troppo ovvio perché ci debba insistere.

La novità della liturgia odierna è nella congiunzione tra il significato ritualistico, sacrale di questo trapasso e il suo significato etico-sociale, ben rappresentato da questa movimentata scena del processo intentato contro il cieco nato guarito da Gesù.

È proprio questo nesso che vorrei mettere al centro della nostra riflessione, anche per cogliere l’occasione per rimediare a questa specie di immobilità sacra dei concetti che noi ci andiamo ripetendo da tempo e che hanno perso ogni capacità di far presa sulla nostra immaginazione e, peggio ancora, sulla nostra coscienza morale.

Probabilmente questo brano evangelico era diventato come contestuale al rito del battesimo: chi è battezzato passa dalla cecità alla luce della conoscenza di Dio.

Però questa verità, su cui nessun credente solleva dubbi, rischia — come nella pratica avviene — di non aver nessun senso concreto. I battezzati e i non battezzati vedono le stesse cose; quello che i credenti dicono di vedere in realtà non lo sanno, le verità stupende di cui fanno professione non le hanno mai sperimentate, per cui nasce come una frattura fra un mondo immaginario di cui i credenti si fanno testimoni e narratori e un mondo reale in cui tutti siamo coinvolti.

La morte è tenebra per tutti, l’al di là della morte è buio perché nessuno l’ha mai sperimentato, l’ignoranza sul significato ultimo delle cose è tenebra per tutti. Che cosa sarà il mondo, andando avanti così le cose, fra venti o trenta anni nessuno lo sa, è buio per tutti.

Insomma, nessuno ha privilegi, in questa situazione.

Come è nell’indole del Vangelo, anche se ce ne siamo dimenticati, la via giusta per ritrovare il senso dei grandi concetti è quella che parte dalla misura dell’esperienza vissuta.

Nella finale del Vangelo, Gesù dice di se stesso di essere venuto perché chi «non vede veda e chi vede non veda», cioè — in altre parole — perché coloro che ritengono di avere gli occhi aperti, di vedere chiaro e che anzi si fanno maestri pubblici di chiarezza, siano rivelati per quel che sono, dei ciechi, e perché coloro che nell’opinione comune sono ritenuti incapaci di vedere, ignoranti, non degni di essere ascoltati siano invece quelli che vedono.

È il capovolgimento evangelico dei valori, a tutti i livelli, anche riguardo a questo essenziale valore che è il vedere o il non vedere.

Si tratta di indicazioni per le quali non c’è bisogno di chiedere aiuto alle analisi della antropologia contemporanea, che su questi temi ha detto cose — a mio giudizio — di estrema importanza.

Da “Il Vangelo della pace”, vol. 1, anno A

/ la_parola