16 Novembre 2025, 33° Domenica t.o.

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Prima Lettura
Dal libro del profeta Malachia
Ml 3, 19-20

Salmo 97

Seconda Lettura
Dalla seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi
2Ts 3, 7-12

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21, 5-19


Noi dovremo condividere i beni di questo mondo. Noi, i popoli sviluppati, il cui bestiame mangia più cereali che i popoli del terzo mondo. Non potrà durare. Ecco un discorso apocalittico, serio, non fanatico ma obiettivo, dato che ad ognuna di queste parole è possibile portare un riscontro scientifico. I profeti di sventura che ornano di termini sacri la loro frustrazione o il loro pessimismo ipocondriaco, non hanno niente a che fare con un discorso apocalittico che corre lungo il filo d’acciaio delle cose vere, che però l’opinione pubblica si nasconde, tutta presa nella lotta per dividersi la refurtiva dentro la sala del banchetto. Noi ci dividiamo la refurtiva e discutiamo chi deve avere di più, chi di meno. Siamo tutti dentro il peccato. Ecco la prima linea di un atteggiamento apocalittico autentico e non abnorme.

La seconda linea è quella della coerenza nel testimoniare la speranza a tutti i costi. Se io non credo nelle armi, se io non sono sicuro che la logica della potenza non vale nei rapporti fra gli stati né nei rapporti fra gli individui, devo darne testimonianza. Le occasioni di dare testimonianza sono continue. Devo sapere che così facendo avrò tanti avversari perfino in famiglia: i genitori, i fratelli, i parenti e gli amici. Se siamo coerenti nella testimonianza, anche gli amici ci tradiranno, passeranno per la strada e si volteranno dall’altra parte per non comprometter(si). Questa è la verità evangelica. Il Vangelo non distingue mai parole e testimonianza diretta; Gesù non ha mandato in giro dei predicatori (che poi sono quelli che dan fastidio al mondo), ma dei testimoni, che dicono parole solo per esprimere quello che vivono. Noi vorremmo dire parole grandi senza avere persecuzioni. Così la Chiesa ha voluto predicare il Vangelo ma senza persecuzioni e quindi cercando garanzie, concordati, protezioni, armi, tutto, per esser sicura. Come è possibile? Come è possibile andare in giro a parlare della pace portandosi dietro i simboli del potere?

La terza linea è quella di cui parla il toccante brano della Lettera di Paolo. Non ci dimentichiamo — la nostra memoria arriva alle origini del cristianesimo passando attraverso l’epopea dei paladini! — che Paolo campava facendo il tessitore. Un filosofo ateniese, di quelli che pensavano che chi lavora non è del tutto uomo, passando lo avrebbe disprezzato: invece di leggere libri faceva le tele, si guadagnava da mangiare! Qualche secolo dopo Paolo al clero sarà proibito di lavorare con le proprie mani perché è cosa non degna di un ministro del Cristo il lavorare! Chi sa che tutti i valori che ci rendono orgogliosi sono destinati alla distruzione, avverte il bisogno di vivere in un atteggiamento di servizio nei confronti degli altri, senza presunzione. Io avrei avuto forse anche il diritto di mangiare tra di voi senza lavorare, ma non l’ho voluto fare perché non volevo essere di peso ad alcuno di voi, dice Paolo, e chiude con la frase rimasta famosa: «chi non lavora non mangi». Su questa frase sono poi cadute tonnellate di teologia per permettere che chi non lavorava mangiasse! Ecco allora la terza linea dell’etica dell’Apocalisse: non dobbiamo vivere con i profitti del lavoro altrui.

Certo, in una società dove la divisione del lavoro produce ricchezze anche umane non ci si deve formalizzare nella lettura di queste parole. Però esse non vanno annullate. Occorre una società dove l’economia sia fondamentalmente rispettosa di questo principio. Il disordine fondamentale, quello per difendere il quale vogliamo i missili, è proprio che c’è chi lavora e non riesce a mangiare e c’è chi mangia senza lavorare. Sappiamo che per ogni arma costruita muoiono per necessità migliaia di persone. Già per questo io sono solidale con chi ha fatto appello al fronte dell’obiezione di coscienza. L’obiezione deve dilagare e deve uscire dagli studi degli scienziati, entrare nelle aziende, nelle fabbriche. Giorni fa ebbi modo di fare un colloquio con uno scienziato americano di 57 anni, padre di 7 figli, che anni fa decise di lasciare il suo lavoro di progettista in una fabbrica di congegni per missili. Con uno stipendio mensile favoloso ha lasciato tutto, si è convertito ed ora gira il mondo per parlar di pace. Il suo proposito era di andare a Roma per scuotere il Papa perché facesse il suo dovere. Ho pensato a lui quando ieri ho avuto la notizia di questo appello. Non so se ci sia stato l’incontro. Ma non mi lascio suggestionare da questi appelli pubblici. L’importante è che cresca dentro di noi una ragionata condivisione di un obbligo che riguarda tutta l’umanità.

Da “Il Vangelo della Pace” vol. 3, anno C

/ la_parola