17 Agosto 2025, 20° Domenica T.O.
Ger 38, 4-6. 8-10; Sal 39; Eb 12, 1-4; Lc 12, 49-53
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Potremmo prendere come avvio per la nostra riflessione le parole della Lettera agli Ebrei: «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti». Il tema della perseveranza nel combattere la nostra battaglia si lega in maniera perfetta con l’altro della necessità di essere, in quanto fedeli a Gesù Cristo, anche elementi di divisione e non di pacificazione, dato che la pace che noi perseguiamo sta sì al di là di ogni divisione, ma prevede l’eliminazione di tutte le cause che dividono gli uomini. Riflessione molto pertinente nell’ora attuale caratterizzata da un’estrema labilità, dall’incostanza, dalla facilità ad abbracciare una dopo l’altra tutte le bandiere. Quel che mi stupisce e che credo sia un tratto quasi unico del nostro tempo, è come nel breve volgere di anni, degli ideali che sembravano irrinunciabili sono crollati, altri che sembravano inconfutabili li abbiamo abbandonati. Il risultato è sotto i nostri occhi: un sentimento di scetticismo, una difficoltà ad accendere il fuoco negli animi, quasi che questa esperienza collettiva abbia gettato un medesimo segno di discredito su tutte le forze, su tutte le istituzioni, su tutti gli insegnamenti. È una tentazione, questa, a cui siamo tutti esposti, ma in particolar modo coloro che, per ragioni di età, avrebbero bisogno di affacciarsi alla vita sociale con degli obiettivi verso cui camminare e con una capacità di perseveranza. Invece gli obiettivi sono incerti e la perseveranza è quasi impossibile. Questa labilità di coscienza è già confutabile, certo, a partire da dei criteri morali seri e rifacendoci ad esempi grandi di uomini che hanno saputo lottare fino alla morte fedeli alla loro idea, anche quando intorno a loro non c’era che derisione e persecuzione. Ma vorrei (come è naturale che io faccia in questa sede, cioè nel quadro di una riflessione che parte dalla parola di Dio) indicare quali sono i principi in base ai quali potremmo, se è il caso, aprire intorno a noi dei conflitti, seminare le divisioni. La nostra perseveranza dipende dall’obiettivo che ci proponiamo, ma soprattutto dalle ragioni per cui lo abbiamo abbracciato. L’esempio che la Lettera agli Ebrei propone è Gesù, il quale avendo scelto non la sua gioia, come poteva, ma la croce, va avanti fino a consumare la sua scelta senza preoccuparsi dell’ostilità dei peccatori che aveva attorno o del tradimento degli amici che lo avevano abbandonato. Questa perseveranza che segna tutta la sua vita, senza sbandamenti e pur con grandi angosce e perplessità interiori, era dovuta a una scelta di amore in cui la sua personale gioia non aveva peso. Prendere la croce questo significa: assumere come motivo di fondo della propria esistenza non l’affermazione di sé ma la realizzazione del disegno per cui ci sentiamo chiamati. Basta appena che noi poniamo al primo posto noi stessi perché l’apparente fortezza nel perseguire la mèta sia gravemente insidiata dalla necessità di una scelta radicale. Quanta gente si trova a questa scelta! Non forse noi che siamo, tutto sommato, in una zona di equilibri abbastanza stabili, dove i conflitti si contengono ancora, in qualche misura, dentro la legalità. Ma saremmo ingiusti se ci dimenticassimo di coloro che in questo stesso momento stanno scegliendo tra la fedeltà al proprio ideale e la propria vita. Se non c’è questa disposizione al rischio, anche gli uomini più fermi, più coerenti si trovano alla transazione e al tradimento. Quanti giovani, partiti eroi sono finiti commendatori! Partiti generosi son diventati opportunisti! La loro spinta morale di fondo non era la causa, era l’affermazione di sé. La croce, tradotta in termini morali, è innanzitutto la posposizione degli interessi, anche superiori, alla causa per cui si vive. E chiunque viva dentro il flusso della storia con questa generosità è già immune in qualche modo dalla contraddizione.
Da “Il vangelo della pace” vol. 3 anno C