17 Maggio 2026 7ª Domenica di Pasqua
Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli
At 1, 1-11
Salmo 46
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini
Ef 1, 17-23
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28, 16-20
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Il rimprovero dei due bianco-vestiti — perché state a guardare in alto? — intercetta l’altra linea di evasione: quella di pensare al Paradiso, di pensare all’aldilà.
Noi siamo convinti, per abitudine, che è religioso l’uomo che pensa soprattutto all’aldilà, mentre ci è stato detto, nel giorno in cui il Figlio dell’uomo ha superato il crinale che separa il tempo dall’eternità, di non guardare in alto.
Il nostro compito è di guardare la vita che facciamo, il mondo in cui siamo, perché è in questo spazio che si consuma in pieno il nostro impegno con Dio.
Le nostre interrogazioni sull’aldilà sono frutto della nostra immaginazione impaurita e concupiscente che si vuol costruire, secondo i casi, inferno o paradiso in cui si proietti, in uno schema amplificante, l’alterna vicenda interiore della nostra coscienza.
Non è però di queste cose che Gesù è venuto a parlarci.
Fateci caso: Gesù non ha speso parole per descriverci l’inferno, il paradiso e il purgatorio, mentre la nostra predicazione tradizionale di questo parlava soprattutto e in questo modo veniva come giustificata, anzi sollecitata, una forma di indifferenza per questo mondo, una indifferenza molto utile a chi in questo mondo aveva radicato e impiantato i propri interessi.
Ecco perché si dava una specie di malefica simmetria tra lo spirito religioso del popolo e l’autoritarismo dei poteri. Più un potere mirava ad espropriare i sudditi dei loro diritti e più la religione trovava spazio per prosperare.
Noi siamo contro una religione che guarda all’aldilà come ragione del messaggio cristiano.
Il messaggio cristiano ci esorta ad assumerci la responsabilità del tempo che è il nostro, di questo tempo, senza né la fuga nel futuro apocalittico né la fuga nella verticale: noi siamo chiusi nel tempo. Questo è il nostro spazio.
E nemmeno la fuga all’indietro, nel rimpianto di Gesù, perché Egli dice: «È bene che io me ne vada».
L’assenza di Gesù dal mondo fu spiegata ai primi cristiani come una necessità, perché i cristiani realizzassero la Parola del Signore nel presente che è il loro tempo, è lo spazio della responsabilità: altro tempo non è dato.
Né il passato, né il futuro: è nel presente che il passato trova senso ed è nel presente che il futuro si dischiude come una gemma che si apre ma solo sulla base della serietà e della radicalità del nostro impegno di uomini che vogliono ora il futuro.
Io voglio la pace ma non domani, adesso e solo se la voglio adesso io faccio esplodere le gemme del futuro nel presente.
Se io mi abbandono alla volontà di Dio, dico che la Provvidenza ci penserà, che non è compito nostro far la pace, che il nostro compito è quello di avere un cuore tranquillo ed in armonia con Dio; se io dico questo, sembra che in me cresca lo spirito religioso, ma invece in me entra la luce perfida di Satana.
Io devo volere ora quello che Dio ha chiesto.
È per questo che i primi cristiani versarono il proprio sangue. Se fossero stati degli intimisti che miravano a custodire la loro anima pura da questo mondo, nessuno li avrebbe disturbati.
È che essi avevano la pretesa di realizzare ora il Regno, la fraternità, la pace, la giustizia.
Queste caratteristiche del Regno di Dio erano i loro obiettivi nel presente sia pure dentro quadri culturali lontanissimi dal nostro.
Non ci dimentichiamo che per i primi cristiani, secondo la cultura di quell’epoca, certi poteri e certe strutture avevano un che di stabile, di dato, di non contestabile.
La coscienza che questo mondo politico può essere costruito secondo il patto sociale liberamente posto dagli uomini era una coscienza da élite; in realtà l’uomo viveva dentro spazi socio-culturali e politici dati e il cristiano non si poneva certo la prospettiva di una modificazione politica del mondo.
Però la modificazione del mondo era il suo compito essenziale.
Noi oggi abbiamo acquisito, anche perché le strutture tecniche ce lo consentono, la convinzione che questo mondo dipende da noi, che la fame di un continente è nelle nostre mani per cui ogni nostro atto politico ha qualcosa a che fare con la fame che deploriamo.
Allora la mia responsabilità sembra acquistare dimensioni nuove, ma essa è l’antica responsabilità che Gesù consegnò a questo popolo di poveri, di perseguitati, di assetati della giustizia, di uomini di pace, di costruttori di pace…
Questo è il popolo che Egli amò e che Egli suscitò dallo stato di inerzia e di disperazione o di indifferenza in cui languiva.
Dalle tenebre emerse un popolo che si assunse il compito di realizzare queste promesse, liberando la propria coscienza da ogni evasione verso l’alto e verso il futuro.
Questa fu la novità erompente del messaggio di quest’Uomo-Gesù che noi crediamo abiti nella gloria di Dio.
Dopo tanti secoli, dopo tanti cambiamenti culturali, ci sembra quasi impossibile poter ripetere queste parole così antiche.
Noi ci troviamo — non appena abbiamo percorso questo processo di demitizzazione e di acquisizione del nucleo di fuoco del messaggio evangelico — nelle condizioni di poter rispondere in modo nuovo e creativo a questo messaggio.
Chi sono i cristiani che credono nella Resurrezione?
Sono gli uomini che non considerano essenziale guardare in alto, non considerano essenziale sapere quando finirà il mondo, non considerano essenziale rimpiangere il tempo bello che abbiamo alle spalle ma fanno consistere il tempo della loro vita nello scegliere ora, nell’attimo, la giustizia, la pace, la fraternità cioè di realizzare ora, in quest’attimo, il volto del mondo che Dio ha avuto dinanzi quando lo ha creato.
Questa è la definizione vera. Tutto il resto è un soprappiù e sta crollando.
Non crolla a nostra disperazione, crolla a nostra salvezza.
Quando fu distrutto il tempio di Gerusalemme per molti fu disperazione totale, ma per i primi cristiani quella distruzione apparve, per la prima volta, come una liberazione.
Liberarsi dalla schiavitù del tempio fu e resta un esempio di questa crescita di cui vi ho parlato.
Il giorno dell’Ascensione non è un giorno in cui le alienazioni religiose vengono legittimate ma è il giorno in cui esse vengono radicalmente condannate e in cui l’uomo viene restituito, fino in fondo, alla sua responsabilità nella storia.
Da “Il Vangelo della pace” vol 1, anno A