18 Gennaio 2026 – 2ª Domenica del Tempo Ordinario
Prima Lettura: Dal libro del profeta Isaia (Is 49, 3.5-6)
Salmo 39
Seconda Lettura: Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 1, 1-3)
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse:
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Egli è colui del quale ho detto:
“Dopo di me viene un uomo che è avanti a me,
perché era prima di me”.
Io non lo conoscevo,
ma sono venuto a battezzare nell’acqua,
perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo:
«Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo
e rimanere su di lui.
Io non lo conoscevo,
ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse:
“Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito,
è lui che battezza nello Spirito Santo”.
E io ho visto e ho testimoniato
che questi è il Figlio di Dio».
Parola del Signore
Ci sono, nel cammino storico dell’umanità, delle situazioni che io vorrei chiamare situazioni di crinale, nelle quali, mentre il passato che ci ha formati e ci ha trasmesso il patrimonio dei suoi valori si trova come alla sua ultima sponda, non è in grado di affrontare il futuro.
Il futuro è così nuovo, così caotico, così multiforme nelle sue possibilità, che non riesce ad entrare nelle linee programmatiche della coscienza privata e pubblica. Una situazione di crinale in cui il vecchio muore e il nuovo non c’è e noi ci troviamo con la speranza, la forza dinamica del nostro vivere storico, restituita al nostro seno.
Per ripetere le parole di Giobbe: la speranza ci ritorna in petto; non ha, come la colomba dell’arca, dove posarsi.
Queste situazioni noi le ritroviamo, dietro il velo sacro della parola di Dio, nelle condizioni storiche in cui essa ha trovato i suoi momenti di rivelazione.
Il profeta Isaia aveva annunciato che Ciro, il grande imperatore, era strumento di Dio, addirittura era il “messia di Dio”, perché aveva ricomposto l’unità del popolo di Israele disperso in esilio e lo avrebbe ricondotto nella sua terra. Questa era la speranza, in quel momento.
Il popolo di Israele tornò nella sua terra, si riorganizzò, ma quello che ne venne era così impari nei confronti della speranza annunciata dal profeta, che il profeta sente il bisogno di allargare il suo orizzonte, di liberare la profezia dalle strettoie di una condizione storica deludente. Israele non basta più e l’orizzonte diventa l’estremità della terra:
«Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
La delusione storica spinge la speranza a prendere un volo più largo. La profezia scandisce, lungo la traiettoria della storia precristiana, i suoi momenti allargando gli orizzonti fino all’universalismo più assoluto.
E così Giovanni il Battista è come il grande prodotto, l’ultimo prodotto della tradizione ascetica e morale di Israele. Però egli è come sulla soglia di una novità e su quella soglia appare «l’uomo sconosciuto» sul quale si posa lo Spirito Santo. La speranza cristiana nasce nel momento della delusione apocalittica delle speranze storiche di Israele. Sono due situazioni di crinale in cui la reazione non è stata di ripiegamento disperato, ma di allargamento della speranza.
La speranza è il principio da cui tutto nasce nella storia dell’uomo. Ciò che l’uomo realizza è troppo difforme, troppo minuscolo nei confronti dell’arco della sua speranza. Le nostre creazioni a livello legislativo, culturale, tecnico non sono che modi di dar riscontro concreto alla speranza che ci spinge e che fa di noi non già una specie chiusa circolarmente nella ripetizione di se stessa, ma una specie che trova il suo senso nella creazione del nuovo.
Il nuovo è una obiettivazione della speranza. Ma il nuovo che abbiamo creato fino ad oggi ci delude. In queste condizioni la speranza può prendere due vie anormali, patologiche. L’una è quella di recalcitrare di fronte agli inviti che vengono da un tempo nuovo, prendendo la via verticale per consolarsi in Dio, in un mondo immaginario che non ha niente a che fare con quello reale. L’altra è quella dell’impazienza; non più rassegnata, la speranza usa la forza contro la realtà, ma usa una forza che è vecchia: la violenza.
La violenza non è che l’uso di mezzi arcaici, pre-umani, per realizzare ciò che invece è, in voto, un mondo veramente umano. Anche la violenza ideologica noi dobbiamo leggerla nella sua radice, non per fare di ogni erba un fascio, cogliendovi il sintomo della degenerazione della speranza.
I giornali di oggi riferiscono (non ho potuto approfondire la notizia) che dei pacifisti tedeschi hanno usato il metodo del sequestro per scuotere l’opinione pubblica. Il sequestro, questo infame metodo della delinquenza privata, può diventare per una speranza impazzita, non più capace di operare secondo la sua logica interna, uno strumento disastroso.
Mi permettete di dire, e non vorrei essere un indovino, che se le speranze di pace che fermentano nel mondo dovessero impazzire, noi, forse, vedremmo capovolgersi i ricercatori di pace in violenti.
Da «Il Vangelo della pace», vol. 1, anno A