19 Luglio 2026 – 16ª Domenica del Tempo Ordinario
Letture: Sapienza 12, 13.16-19; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-43
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Queste pagine nella Scrittura gettano luce immediatamente su quelle premesse interiori sulle quali per lo più trascorriamo con superficialità e che invece costituiscono come le radici prime del fanatismo, dell’aggressività ideologica, della presunzione religiosa, insomma di tutti quei mali che sono forse gli incentivi più disastrosi della cultura di guerra in cui siamo cresciuti.
Lo scandalo che immediatamente si pone a chi guardi con uno sguardo comprensivo alla storia che abbiamo alle spalle è proprio questo: coloro che hanno continuato a predicare questa parola del Vangelo in tutti i luoghi e lungo i secoli sono stati spesso dei fanatici che hanno fatto della identificazione della zizzania e della sua estirpazione l’essenza stessa del compito cristiano.
Come sia possibile questo contrasto fra una presunzione di fedeltà alla parola del Vangelo e un comportamento diametralmente opposto, è un problema che ci riguarda perché ci siamo anche direttamente coinvolti.
Ora che per poter vivere nel nostro mondo dove le aggressività hanno raggiunto limiti estremi, il cui concreto realizzarsi sarebbe la fine dell’umanità stessa, ora comprendiamo bene che il compito morale di ogni uomo e specificamente del cristiano è di risalire alle radici per un ripensamento non di superficie e vanamente riformistico della nostra fede, ma per una sua radicale rinascita, a partire da quelle premesse, che, come ho detto prima, abbiamo accolto con molta superficialità senza svilupparne le severe implicazioni.
E d’altronde sono poi le implicazioni che agli occhi del credente hanno preso corpo e sangue nella stessa figura di Gesù Cristo, il quale, non lo dimentichiamo, è stato sradicato come zizzania dal potere religioso e politico.
I cristiani hanno poi praticamente ripetuto nei confronti degli altri quello che è stato compiuto contro Gesù Cristo.
Dobbiamo salire alla radice dell’equivoco.
Ora io penso che la radice prima debba ritrovarsi in quella sfera segreta della coscienza che apparentemente è estranea al mondo esterno delle nostre operazioni individuali e collettive, ma dove in realtà si pongono le premesse da cui tutto scaturisce.
Dimmi come preghi Dio e ti dirò chi sei.
C’è una preghiera aggressiva, una preghiera presuntuosa, che il Vangelo in tanti modi ha messo in luce.
La preghiera presuntuosa è quella di chi davvero sa che cosa sia provvidenza in questo mondo, che cosa sia il bene e il male in questo mondo.
Se noi preghiamo perché si realizzino alcuni obiettivi e siamo convinti che questi obiettivi siano buoni, noi, senza volerlo, vincoliamo l’onnipotenza di Dio ai nostri progetti.
La nostra preghiera diventa tanto più pericolosa quanto più è intensa, perché essa serve semplicemente a ribadire nella nostra sfera soggettiva la convinzione che è Dio che lo vuole.
Abbiamo nel passato infinite pagine dolorose in cui in nome di Dio sono stati compiuti veri e propri genocidi.
La parola che ci viene detta da Paolo è di somma importanza.
In realtà quando ci poniamo davanti a Dio in quell’atteggiamento il più privato dei privati che è la preghiera intima, in quel momento noi non sappiamo neanche che cosa dobbiamo chiedere.
La nostra incapacità di conoscere che cosa sia bene, che cosa sia male è il momento costitutivo dell’autentica preghiera.
La preghiera non è dunque una messa a fuoco dei nostri progetti al cospetto di Dio, per poi tradurli con la spada dell’azione, in opere e in programmi pubblici.
E il momento in cui prendiamo le misure della nostra finitezza, ci accorgiamo con vivezza e direi con pace interna della nostra insignificanza, del gioco immenso delle cose che ci sorpassa e su cui non possiamo mettere le mani con violenza.
La preghiera è un’esperienza interna di mitezza ontologica, vorrei dire, di autospodestamento, di rimessa di noi stessi in gioco nell’universo.
Invece di voler essere gli ombelichi del mondo, cerchiamo di essere i pulviscoli che si muovono nel gioco delle cose, ritroviamo l’onnipotenza di Dio non con un surrogato, un sostegno della nostra potenza, ma invece come uno spodestarnento di tutte le sicurezze interiori, un ritorno al mistero originario, in questo utero profondo delle cose, in cui ciò che sappiamo non si sa più, in cui ci rimettiamo in pieno alla volontà di Dio, non decifrata secondo il nostro codice, ma restituita alla sua trascendenza.
Questa esperienza di mitezza interna non è la pura rassegnazione al gioco delle cose, non è un cedere alla forza esteriore, ma un trascenderla per ritrovare gli orizzonti adatti alla nostra vita.
Avvertiamo così che il nostro particolare, pur essendo per noi preziosissimo, è tuttavia interno a un movimento delle creature che ci sovrasta.
Pregare vuol dire riprendere queste misure.
Perciò, dice Paolo, non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente chiedere, ma è lo Spirito che intercede per noi.
L’afflato dello Spirito, che è la potenza universale di Dio, è Dio in quanto presiede all’adempimento del suo regno, passa attraverso di noi come i raggi attraverso un cristallo diventato finalmente trasparente.
Come è diverso questo modo di pregare dalla petulante petizione, dall’ossessiva volontà di piegare Dio ai nostri programmi.
Se ci fate caso, perfino nelle preghiere della liturgia ogni tanto filtra una ben precisa ideologia, quella che chiede a Dio la vittoria sui nostri nemici, per esempio, quante milizie passano attraverso la preghiera.
La preghiera che apparentemente è una forma innocente, è invece il contenitore di innumerevoli peccati allo stato germinale, prima che entrino nel flusso degli avvenimenti.
Ecco la prima maniera di liberarci dalle premesse ideologiche dell’aggressività.
La seconda maniera consiste nel pensare a Dio nel modo giusto.
Questa preghiera del Libro della Sapienza è straordinaria in alcune sue espressioni: «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza».
Questa espressione mi ha colpito.
Noi non siamo mai padroni della forza, anzi proprio quelli che sembrano padroni della forza, signori della guerra, voi lo sapete ne sono gli schiavi, è la forza che li domina.
L’uomo forte in realtà è un debole posseduto dalla forza che è una dinamica che trascende l’individuo, sia perché scaturisce alle profondità dei determinismi istintivi sia perché pasa attraverso le meccaniche dell’assetto sociale di cui ‘uomo forte è soltanto uno strumento.
Da “Gli ultimi tempi” vol 1, anno A