2 Agosto 2026, 18° Domenica t.o.

2 Agosto 2026, 18° Domenica t.o.

Prima lettura:
Isaia: 55, 1-3

Seconda lettura:
Romani: 8, 35.37-39;

Vangelo
Matteo: 14, 13-21

Se dovessi spiegare ad una persona, non assuefatta alle vecchie spiegazioni catechistiche, perché l’uomo nasce nel peccato, in che senso tutti siamo insediati in un peccato che ci precede e che noi chiamiamo «originale» in quanto sta prima delle nostre scelte, potrei, con i mezzi che ci sono oggi, illustrare la condizione singolare dell’umanità di cui facciamo parte. E un’umanità che, per un verso, è, come suol dirsi, sviluppata, che spende denaro solo in minima parte per mangiare. Per fare armi, ha speso cifre astronomiche, e ancora spende, per il lusso, per il divertimento, per i meccanismi della persuasione — i mass media — che sono i nuovi strumenti di potere. Non ho le cifre in mano, ma probabilmente la percentuale media che un cittadino del mondo sviluppato spende per mangiare è molto bassa. D’altra parte c’è una moltitudine immensa, la maggioranza, che non ha di che nutrirsi ed è ossessionata, tutte le ore del giorno, dal problema: cosa mangerò? Avere sotto gli occhi una mappa terrestre così fatta, significa avere sotto gli occhi lo spartito del peccato originale. Noi cresciamo nel male! Non c’è nessun dubbio che questo male sta alla base di tanti altri mali. Noi siamo soliti fissare gli occhi su degenerazioni di altra natura, scandalizzarci, ad esempio, per la violenza, però non scendiamo mai a questa elementare radice, a questa sperequazione strutturale, apparentemente irrimediabile in cui vivono quelli che chiamiamo i figli di Dio. Questo quadro che ho fatto mi avviene di tenerlo sullo sfondo di ogni cosa che guardo, come del resto fa ognuno — lo sappia o meno — quando guarda le cose. Quando ascolto le cronache politiche italiane di questi giorni e perfino le cronache drammatiche internazionali della guerra che pare debba scoppiare nel Golfo, ho sempre sotto gli occhi questo scenario. Ad esempio, questa guerra sta per esplodere in un punto nevralgico della ricchezza del mondo, una ricchezza che però prende le due vie che ho detto: da una parte moltiplica l’accumulo del potere economico, dall’altra non fa che aumentare la disgregazione e la fame. In questi giorni della nostra vita politica ci occupiamo di problemi che dal punto di vista razionale sono veramente assurdi, però, in realtà, la radice dell’assurdo sta nel fatto che non percepiamo più la reale dimensione dei problemi che dovremmo affrontare. Questa reale dimensione è data da questa ingiustizia: c’è un’immensa turba che ha fame e su cui nessuna compassione scende. Scende quella di Dio, ma noi non vediamo nemmeno quella. Sappiamo che c’è, ma quella compassione nel nostro versante è giudizio di condanna. Quella fame non è un residuo di condizioni arcaiche, è un prodotto causale del nostro modo di essere. Da una parte abbiamo problemi di eccedenze che si trasformano poi in economie del tutto artificiosi, dall’altra abbiamo il regresso verso la morte e la fame. Ecco qua uno sfondo su cui dobbiamo, come vuole la prospettiva messianica della fede, collocare tutti i nostri atti. Se insisto spesso nel sottolineare che la fede ha una prospettiva messianica, lo faccio per liberare la fede dalle alienazioni in cui in genere incappa. Noi siamo stati educati, almeno quelli della mia età, in una pietà eucaristica tutta spirituale, intimistica, con lo sforzo di creare devozioni e fervori a volte molto artefatti e innaturali che creavano sensi di colpa sbagliati. Nella prospettiva messianica l’Eucarestia è l’anticipazione del banchetto. Non è un fatto individualistico da consumare nel fervore intimo, troppo legato ai mutamenti delle nostre strutture affettive per essere presi sul serio. La prospettiva messianica è quella che riguarda il senso totale della creazione del Padre. Questa è la prospettiva della fede. Credere non vuol dire che esiste un Dio, che morendo andiamo da Lui; credere significa anzitutto essere certi che il mondo è attraversato dalla promessa del Padre. Io credo nel Padre non se faccio le devozioni, ma se prendo sul serio la sua promessa. Prendere sul serio la sua promessa è aspettare un giorno in cui si possa dire: «Voi tutti assetati e affamati venite, senza denaro mangiate, bevete il latte, saziatevi». Questo momento non è, come direbbe qualcuno, un momento materialistico. Anche la divisione tra materia e spirito è un’altra astuzia del diavolo. Per un affamato mangiare è un atto altamente spirituale. Per noi, sazi, mangiare è un atto materiale. Per chi è nella necessità, non c’è distinzione tra spirito e materia. E una distinzione da privilegiati. Gesù non fa queste distinzioni. Il regno di Dio è quel mondo in cui nessun figlio di Dio rimane senza pane e senza latte. Questa è una visione che non possiamo mettere in secondo ordine. Allora tutto ciò che avviene nella predicazione di Gesù, nelle istituzioni — come diciamo con una parola non del tutto propria — che Gesù ci ha lasciato, a cominciare dall’Eucarestia, va collocato su questo sfondo. Infatti il banchetto eucaristico è la celebrazione dell’evento ultimo. Noi viviamo nella speranza che questo avvenga, per cui il segno della pace, il dividere il pane insieme, hanno un senso su quello sfondo di cui vi ho detto. È molto importante spezzare la rigidità del rito a cui siamo ancora condannati. Non si può fare tutto e subito capricciosamente, lo capisco, ma la cornice del rito, che dà ai nostri atti cultuali una patina di sacralità intoccabile, è una vera astuzia con cui noi separiamo le nostre celebrazioni spirituali e la realtà del mondo. Fatta questa separazione, tutto torna. Ma se noi spezziamo questo nesso abbiamo colpito nel cuore l’annuncio di Gesù. Ecco una certezza che dobbiamo di continuo far rivivere in noi. Le nostre Eucarestie sono le anticipazioni dell’evento conviviale di cui ripetutamente parla il profeta e di cui abbiamo questa bella rappresentazione: la gente seduta sull’erba. E il rito del convito ridotto alla elementarità naturale. Il miracolo, per così dire, è una cosa secondaria, quello che conta è il rito: nel banchetto fraterno cinquemila uomini mangiano gratuitamente. Questo è il segno. Dal punto di vista economico il banchetto fraterno dell’umanità è una possibilità già reale. Se non si realizza è perché c’è il turbamento del peccato, c’è il turbamento dell’ingiustizia che noi compiamo. Ecco perché le nostre Eucarestie sono tutte celebrate in uno stato di peccato e dobbiamo viverle tutte con penitenza, sentendo che abbiamo bisogno della misericordia di Dio perché non ci fulmini. Io non credo ad un Dio che fulmina, ma, semmai un fulmine fosse auspicabile, sarebbe quello che colpisce l’ipocrisia. E noi siamo un po’ ipocriti. Però, se abbiamo questo sentimento di penitenza, celebriamo questo rito con la premura, scontata poi nelle opere e nelle parole, perché, il più presto possibile, l’umanità sia una grande Eucarestia.

Naturalmente questo discorso, che ci colpisce nelle premesse prime della coscienza, ha bisogno di articolarsi per tradursi in opere. Ma pensate a questa domanda che almeno in me è ricca di risonanze: «Perché spendete denaro per ciò che non è il pane? E il vostro patrimonio per ciò che non sazia?». Questa domanda ci porta a riscoprire quell’altra categoria evangelica che è il denaro come «mammona di iniquità». La mediazione tra l’uomo e il latte è fatta di denaro. Il denaro, questo feticcio, introduce nel rapporto dell’uomo con i beni d’uso la variazione dello scambio. I beni d’uso che diventano beni di scambio sono tutti trasformati, acquistano un valore che non è quello loro. Questa aggiunta permette la discriminazione tra gli uomini. Sono temi che vanno affrontati al giusto livello, ma che non rientrano in questa mia meditazione che vorrei condurre all’epilogo, riprendendo in mano i termini elementari che me l’hanno ispirata. L’oggetto della mia speranza di cristiano è quello della fraternità umana, del banchetto, e fino a quando esso non si avvera non possiamo essere in pace, e fino a quando esso non si avvera sento l’ombra della illegittimità in tutti i nostri riti di pace e di fraternità, costruiti dentro pareti di sicurezza oltre le quali rugge la collera degli esclusi. D’altra parte però sento che, nonostante questa percezione, non devo disperare perché questi riti devono impegnarci a realizzare il banchetto fraterno. L’Eucarestia è l’immagine reale della Chiesa. Le altre immagini sono tutte moriture, a volte spero che muoiano presto. L’immagine permanente è questa. La Chiesa è l’Eucarestia, non è il Vaticano, il palazzo… Queste sono cose nate dalla malizia, quanto meno dall’ingenuità umana, ma non sono segni della Chiesa. La Chiesa è l’Eucarestia ed essa si rinnova e si esprime in questo momento, con tutte le sue debolezze ma anche con questa sua forza insopprimibile. Se dal cuore dell’uomo togliete la speranza che le creature di Dio possano partecipare ai beni della terra, avete tolto la stessa ragione di vivere. Meglio sarebbe morire. Riprendiamo in mano i nostri gesti antichi, le nostre antiche certezze e rinnoviamole nel fuoco di questa prospettiva e impegniamoci a far sì che tra il momento della fraternità rituale e il momento della fraternità sociale non ci sia più nessuna frattura. Non è un discorso semplice, non si fa impunemente perché va poi pagato nelle scelte concrete. Ad esempio, mi dà scandalo che si spendano tanti soldi per le armi, mentre quei soldi sfamerebbero il mondo. Questo mi dà scandalo, e non da ora. Però lo abbiamo tollerato. Abbiamo sostenuto governi che facevano questo. Io sento la responsabilità di poter vivere in coerenza con le certezze che esprimo qui e le scelte che devo fare fuori. Vorrei esortarci a ripensare sempre di più alla necessità di questa coerenza. Allora quando vedrete — perché ogni tanto ce li fanno vedere — i volti degli affamati nel mondo, che sono più numerosi dei volti dei sazi, ricordate che siamo tutti nel peccato e ricordiamoci che non ci si salva dal peccato andando a chiedere l’assoluzione a un prete, ci si salva impostando la nostra vita in modo di cambiare le cose. Fosse pure un cambiamento infinitesimo, se è fatto nella prospettiva della totalità, ci vale la misericordia agli occhi di Dio.

Da “Gli ultimi tempi”, vol. 1, anno A

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