20 Luglio 2025 – 16° Domenica del Tempo Ordinario
Gn 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42
In nome di Cristo si pretendeva di dettare a tutti i popoli comportamenti, linee, programmi, come se davvero noi sapessimo chi è Gesù Cristo.
Chi crede di sapere chi è Gesù Cristo, quale sia il senso della sua parola, costui compie una violenza nei suoi confronti. Non ascolta più gli uomini: questa è una simmetria quasi fatale.
Il peccato storico, ad esempio, della chiesa cattolica è quello di non avere ascoltato: arriva un Galileo e non lo ascolta; parla, decide e condanna. Non ascolta più perché ha «posseduto» Gesù.
Gesù non è stato più lo straniero che essa ascolta, diventa un titolo di legittimità di potere. Egli non è più lì. Dove ci sono i suoi segni, non c’è. È fuggito, e ritorna come straniero.
Questa dimensione della fede integra in sé l’angoscia, il dubbio, l’incertezza, ciò che non risponde ai canoni tradizionali della fede sicura e dogmatica che rifugge da ogni discussione per paura di essere incrinata dentro.
La vera fede ha un rapporto con la parola di Gesù sconosciuto che dobbiamo ascoltare, la parola che porta in sé le vibrazioni remote della creazione del mondo e ha una dimensione virtuale che abbraccia tutte le possibili esperienze umane.
Questo ascolto è la propedeutica necessaria all’ascolto dell’uomo, che è anche lui uno straniero.
Gli uomini veri, quelli che ci danno un contributo positivo, non sono gli uomini che ci rassomigliano, in cui vediamo rifratta la nostra stessa immagine e ci piacciono perché, tutto sommato, parlano come noi, la pensano come noi, magari con una dialettica di contrasti che ha alla base un radicamento comune.
I nostri contrasti culturali sono tempeste in un bicchier d’acqua, non sono le vere distanze di cui ora sto parlando.
L’uomo che ci arricchisce è quello che ci appare estraneo, che ci viene vicino e ci sembra un forestiero.
Allora, se noi sappiamo ascoltare, ritroviamo una dimensione nostra che avevamo smarrito o che non avevamo conosciuto.
Così andando, potremmo arrivare proprio al mistero che sta alle origini della creazione del mondo, perché l’atto unitario in cui noi troviamo il radicamento e il senso è l’atto che ci ha costituito nell’esistenza.
Due sono le vie attraverso le quali noi entriamo nel mistero di Dio.
La prima consiste nel restituire a Gesù il suo carattere di forestiero, nel riavvertire nella sua parola la forza della novità totale, come avviene a chi rimedita con fede parole lette cento volte.
Queste parole sono nuove, ancora non le abbiamo comprese, e per poterle comprendere occorre entrare in quella dotta ignoranza, in quel non sapere che ci liberi da tutti i volumi dogmatici.
Ritrovare questa estraneità di Gesù è importante per vivere la fede oggi.
Io vorrei qui, in una sola parola, dar voce a tutti coloro che subiscono scandalo per i dogmatismi, le sicurezze perentorie che si incontrano nei paraggi dove c’è l’emblema del nome di Gesù.
Ivi non solo l’uomo è offeso, ma è offeso il mistero di Gesù, la cui dimensione — lo ripeto — è vasta, universale come il mondo.
Questo procedimento avviene con la contemplazione, il cui emblema è Maria.
L’altra via è l’ascolto dell’uomo, l’ospitalità della coscienza — la chiamerò così, non l’ospitalità casalinga, conviviale, ma quella della coscienza.
Una coscienza che è capace di ospitare lo straniero conosce il mistero di Dio, perché l’uomo straniero è il sacramento di Dio, il segno visibile del Dio invisibile.
Questo è il vero sacramento di Dio.
Ci sono incontri che ci mettono alla prova. Quante volte abbiamo la sensazione di aver sfiorato un messaggio umano che non abbiamo saputo decifrare!
Questo avviene a tutti i livelli, non solo a quello dei libri — che sono una via già un po’ infida, perché tutto sommato essi si rifanno a un lessico mentale già codificato e appartenente ai ceti più privilegiati della società.
Ogni uomo è un libro, è una parola.
Il discorso si cala immediatamente nelle dimensioni del quotidiano.
Come si fa ad essere cristiani, oggi?
Ecco le due vie: la prima è ascoltare ex novo la parola di Gesù, ascoltarla in un rapporto interno di umiltà e con la disposizione di accoglierla anche quando essa non coincide con la nostra cultura data o acquisita, con i nostri catechismi religiosi e civili (perché abbiamo tanti catechismi in testa!).
L’altra via è quella dell’apertura all’uomo, all’uomo diverso, allo straniero, al barbaro: il barbaro è il volto di Dio nel nostro orizzonte.
Se noi non sappiamo accettare il barbaro, non possiamo accettare il vero Dio, perché diventiamo prigionieri del Dio della tribù.
Da “Il vangelo della pace” vol.3 anno C