Da “Il Vangelo della Pace” vol. 3, anno C
23 Novembre 2025, 34° Domenica t.o.
Prima Lettura
Dal secondo libro di Samuele
2Sam 5, 1-3
Salmo 121
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo ai Colossesi
Col 1, 12-20
Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 23, 35-43
Difficile immaginare due modi di annunciare lo stesso mistero così in contrasto fra loro: da una parte, con un balzo dal tempo all’eternità, dalle contraddizioni che ci stringono al compimento finale della piena armonia; dall’altra con la tragica attuazione del Gesù crocifisso fra due ladroni. Il termine «ladrone» nella cultura dominante qualificava qualunque malfattore, ma qui si trattava di ladroni politici, diremmo noi oggi, di «terroristi». Attorno ai tre crocifissi l’irrisione del potere che mette sulla croce di Gesù, quasi a dare il sigillo conoscitivo nei suoi confronti, la scritta «questo è il Re dei Giudei», la prerogativa che Gesù aveva rivendicato. I soldati che sono l’espressione rasoterra del potere, gli davano dell’aceto e lo invitavano a dar la prova di se stesso salvandosi.
Dunque, da una parte la luce dell’adempimento delle speranze, dall’altra la realtà più cruda della condizione storica. Queste due pagine, una luminosa e l’altra oscura, sembrano quasi obiettivare quei due moti della coscienza che (lo sperimentate, penso, anche voi) spesso sono la tribolazione più dura che si possa sopportare. Il primo moto è la dedizione totale all’ideale della riconciliazione tra tutte le cose, della pacificazione totale dell’universo. Ci sono momenti, specie in questi tempi, in cui, per la spinta dell’alternativa alla catastrofe, questo sogno di una pace, di una umanità senza più strumenti di conflitto ci possiede come una ebrezza. Ma poi — ecco il secondo moto — ci ritroviamo sotto le forche caudine della cronaca di tutti i giorni e ci domandiamo se per caso non siamo degli illusi. Come facciamo a coltivare questa speranza mentre l’andamento delle cose è irrimediabilmente lo stesso?
I simboli antichi del potere, basta trasferirli in un registro odierno, rimangono gli stessi, danno lo stesso messaggio che ci dà la cronaca di tutti i giorni. Questo conflitto tra la condizione reale della nostra esperienza storica e la luce dell’adempimento è — a mio giudizio — una specie di partecipazione personale, diretta, in termini comprensibili e aggiornati, al mistero di Gesù Cristo. Una partecipazione che si realizza in modo oggettivo, cioè anche in coloro che non sanno nominare Cristo, né lo conoscono o lo respingono poiché la sua immagine, passata attraverso filtri deformanti, non dice più nulla alla loro coscienza.
In questo momento, se immagino un gruppo di contadini del Centro America, rifugiati in un’altura, che lottano perché sperano di avere una società pacifica e fraterna, io mi trovo con loro nella contraddizione, di cui cerco oggi di parlarvi. Sono lontani i tempi — meno male! — in cui la festa del Cristo Re serviva per dare sfogo alle ambizioni di egemonia sociale dei cattolici. Sono lontani quei tempi, anche se i loro sedimenti rimangono largamente nelle coscienze in certe espressioni dei movimenti politici e religiosi.
Tornando al nucleo sostanziale del tema, osserviamo come in questa pagina di Paolo, che descrive la riconciliazione avvenuta attraverso la croce di Cristo (una riconciliazione universale che abbraccia tutte le creature) che ha senso soprattutto per chi vive con piena fede il mistero di Cristo, vengono ribadite alcune premesse il cui valore si fa efficace sul piano dell’impegno storico. Ad esempio: che tutte le cose sono state ordinate all’armonia e alla pace, significa che l’ideale della pace non è sovrapposto abusivamente ai processi obiettivi della creazione, anzi traduce l’intima essenza delle cose; non è una forzatura utopica della realtà profonda dell’uomo ma la esplicita, la mette allo scoperto.
Quando io, con linguaggio religioso, dico che tutte le cose sono state create da Lui che è la riconciliazione dell’universo, in termini laici voglio dire che tutte le creature sono orientate all’armonia per intimo impulso ontologico, costitutivo. L’idea della pace non è una abusiva utopia ma è un ideale che traduce i ritmi più profondi della realtà. Non quelli immediati, che sono contaminati e corrotti dall’assetto del mondo, dalla condizione difettiva, ancora non pienamente umana, dell’uomo. L’uomo è uomo al futuro, non al presente; la sua immagine più vera non è quella che ricalca l’esistente, ma quella che proietta di lui l’attesa del suo futuro.