27 Luglio 2025 – 17° Domenica del Tempo Ordinario

27 Luglio 2025 – 17° Domenica del Tempo Ordinario


1Gv 4,7-16; Sal 33; Gv 11, 19-27


Era poco probabile che i discepoli di Gesù non sapessero, da pii israeliti come erano, che cosa fosse pregare. Evidentemente nella loro domanda c’era la richiesta di un’altra forma di preghiera.

Essi intuivano che l’insegnamento del maestro, come portava in sé un nuovo modello di vita, così doveva portare anche un nuovo stile di preghiera. Ed è proprio in ragione di questa sua novità, del tutto conforme all’insegnamento di Gesù — si potrebbe dire che il Padre Nostro non è che la condensazione del Vangelo in forma di preghiera — che l’evangelista riporta la preghiera.

Le caratteristiche che dobbiamo assumere come criterio di giudizio sul nostro modo di vivere questa dimensione essenziale della vita cristiana che è la preghiera, sono fondamentalmente tre.

Innanzitutto la preghiera, più che nel multiloquio o anche semplicemente nell’eloquio, nella formulazione esplicita del sentimento, è da intendere come uno stato permanente di apertura alla presenza paterna e gratuita di Dio. La preghiera è un modo di esistere, un ritmo interiore di apertura a ciò che sta oltre l’orizzonte in cui vale la ragione, vale la regola della competenza, vale il rispetto delle norme tecniche della vita.

Non possiamo fare di Dio un tappabuchi, un riempitivo delle nostre incompetenze, una potenza misteriosa a cui rivolgerci tutte le volte che abbiamo bisogno, dispensandoci dall’impegno, dall’industria mentale, dalla ricerca dei mezzi per raggiungere il nostro scopo, supponiamo buono.

La preghiera è prima di tutto questa presenza ad un orizzonte che sta oltre quello del nostro vivere quotidiano, o meglio, delle regole del nostro vivere quotidiano, perché anche nel quotidiano c’è — per ripetere un’altra parola del Vangelo — la presenza degli uccelli dell’aria e dei fiori dei campi che vivono tutti interni alla gratuità della creazione.

Voglio però parlare non tanto del quotidiano come consistenza ma come qualità della vita. C’è un quotidiano che rientra nelle regole prammatiche e allora la nostra vita obbedisce alle regole di tutti. Non abbiamo supplementi di competenza. Dobbiamo evitare la preghiera di puro accattonaggio, che fa della fede una specie di rapporto commerciale con Dio.

Era proprio questa la preghiera che Gesù condannava nei Farisei, la vecchia preghiera da cui la sua preghiera si distacca. Anche quando c’è la richiesta, nella parola del Signore, c’è sempre in primo piano questo abbandono filiale a una presenza gratuita.

La preghiera è superamento dell’orizzonte soffocante dell’immediato per percepire le misure più larghe, quelle che poi insinuano il proprio aroma, le proprie vibrazioni anche nella più mediocre e banale vita quotidiana.

Noi viviamo interni a questa paternità che ci circonda, a cui non sappiamo dare un nome, che spesso non sappiamo capire, che più spesso ancora ci si presenta con segni o forme che ci sembrano lontanissime da quelle che ci sembrerebbero proprie della paternità. Quindi la paternità di Dio non è un’esperienza immediata.

L’atto di fede è, in qualche modo, un riconoscimento del carattere gratuito del suo amore. Quando si dice: «sia santificato il tuo nome» si vuole che il suo nome sia tenuto al di là di ogni altro nome: e quando si dice il nome, si dice la sua essenza, la sua natura, la sua realtà.

La preghiera è questo continuo rinnovare il gesto di adorazione dinanzi al roveto ardente. Educarsi alla preghiera vuol dire assimilare, integrare nella propria vita questo ritmo di abbandono alla paternità gratuita di Dio.

In questo senso trova corretta evidenza il precetto di Gesù: «occorre sempre pregare». Qui la preghiera, come capite, non è tanto formulazione verbale, è stile interiore. Allora essa ha una possibile perennità come l’amore che ispira un atteggiamento interiore che permane pur nella varietà delle distrazioni esterne.

L’altra dimensione, particolarmente sottolineata dal brano della preghiera insistente di Abramo perché Jahvé non distrugga la città del peccato, è la preoccupazione non di sé, ma delle sorti della città, delle sorti del mondo: «venga il tuo regno».

La preghiera quindi non è dominata dall’intento della felicità personale, non è subalterna alla visione eudemonistica della vita per cui ci si rivolge a Dio proprio perché vogliamo individualmente essere felici. La nostra felicità è vista all’interno di un evento comune che riguarda tutti gli uomini, riguarda la città.

Come Abramo insiste presso Dio, facendosi carico delle sorti della città peccatrice, così una preghiera autenticamente cristiana, senza rinnegare affatto le dimensioni personali, le collega, le integra in una preoccupazione generale del futuro dell’uomo, della città.

Sulla città umana oggi pende il fuoco che potrebbe distruggerla, come distrusse miticamente le antiche città di Sodoma e Gomorra. Pregare perché ci sia la pace, pregare perché siano sgominati i pensieri di coloro che vogliono la guerra, non significa uscir fuori dalle regole del Padre Nostro, significa dilatarne il senso intimo fino ad assumere le dimensioni dell’attuale condizione umana.

La preghiera si intreccia fatalmente alla premura politica dell’uomo. Politica viene da «polis» che vuol dire città, che vuol dire Sodoma e Gomorra, che vuol dire Firenze, che vuol dire genere umano: la preghiera è politica nel senso che assume in sé una premura universale.

L’intensità della premura universale è già garanzia della sua purezza perché, fino a che la preghiera è obbedienza a una spinta di tipo individualistico ed egoistico, c’è sempre da sospettare che essa non sia degna di essere ascoltata da Dio.

Ma quando essa passa attraverso il filtro dell’amore per la giustizia, dell’amore per l’uguaglianza e per la pace, già in ragione del suo contenuto, la preghiera acquista una sua purezza: ecco una caratteristica del Padre Nostro.

Quando diciamo la parola «venga il tuo regno», sotto questo antico termine noi intendiamo l’avvento di un mondo diverso da quello che adesso ci spaventa e ci mortifica e ci delude.

La terza dimensione della preghiera è il bisogno di allacciare il nostro rapporto con Dio al nostro rapporto con i fratelli. Si chiede il perdono, ma questo perdono viene strutturalmente, formalmente connesso al perdono che noi siamo disposti a dare ai nostri fratelli.

La preghiera è permeata di misericordia, una misericordia che si sperimenta e una misericordia che si esercita. La preghiera col risentimento non è una preghiera.

Pensate a quante preghiere sono state dette per legittimare, per rendere più efficace un progetto di guerra, di vittoria, di dominio sugli altri! Le preghiere ufficiali, per lo più, sono tutte intimamente viziate da questa pregiudiziale: che si cerca la grandezza della nostra patria a costo di portare mortificazioni e crimini e devastazioni altrove.

Così ci hanno insegnato tante volte a pregare. E invece la preghiera è cristiana solo se passa attraverso la linea severa della misericordia universale. Essa richiede perdono e si impegna al perdono, in un gesto unico.

La stessa preghiera diventa insincera, ipocrita, causa addirittura — almeno dal punto di vista astratto — della punizione di Dio se non viene subordinata al desiderio e alla volontà di dare perdono ai nostri fratelli, di rimettere i debiti ai nostri fratelli, di esercitare verso gli altri la misericordia che ci attendiamo da Dio.

Ho richiamato queste tre dimensioni, in maniera rapida e semplice, perché mi pare che esse costituiscano come il tessuto essenziale della preghiera così come il Signore ce l’ha insegnata.

Voi capite allora come, pur nel mutare del costume, dei gusti, dei metodi, delle tecniche — e il mutamento oggi è davvero vistoso — rimanga questo nucleo valido che ci permette di essere fedeli al precetto del Signore: occorre sempre pregare.

In questa fedeltà si trasfigura lentamente, come dall’interno, anche il senso e il gusto della vita.

Da “Il vangelo della pace” vol.3 anno C

/ la_parola