29 Marzo 2026 – Domenica delle Palme
Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia
Is 50, 4-7
Salmo
Salmo 21
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi
Fil 2, 6-11
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 26, 14–27, 66
Il racconto che abbiamo ascoltato, spero con profonda partecipazione, per le prime generazioni dei cristiani fu l’unica verità da annunciare, l’unica memoria da celebrare.
Solo successivamente, per la necessità di un confronto con le diverse culture, con le diverse religioni, attorno a questo messaggio si sono costruite altre cose: liturgie, teologie…
Però, mentre tutto si corrompe — anche le teologie, anche le liturgie, anche le abitudini, anche i templi — questo racconto rimane come il nocciolo su cui nulla può il passare del tempo, come la verità alla quale possono accostarsi — come avvenne quel giorno — circoncisi e incirconcisi, con una comune capacità di raccoglierla. Bisogna cominciare da qui.
Non a caso Gesù chiama se stesso figlio dell’uomo. Nel momento in cui entra nel buio della passione, ogni altro appellativo è eccessivo. Noi tutti riconosciamo in questo «figlio dell’uomo» la manifestazione di ciò che nell’uomo c’è di più profondo e di più misterioso. Questa è la prima parola che dobbiamo dirci.
Quel che ci lascia sbigottiti, ogni qualvolta si segue lo sviluppo di questa narrazione, è la solitudine assoluta in cui entra quest’uomo il cui crimine unico era di aver fatto dell’amore il senso della sua vita. Così fu, così è e così sarà. È certo che chiunque fa dell’amore il senso della vita morirà crocifisso. Questa è la vera filosofia.
I primi cristiani che avevano a che fare con filosofie molto evolute — quelle dell’antico mondo greco-romano — chiamavano la loro fede «vera filosofia». Forse sbagliando, perché non di filosofia si tratta; ma se intendiamo per filosofia una risposta che faccia luce sui problemi di fondo, quelli radicali, di fronte a cui la ragione si trova inadeguata, certamente questa è la vera filosofia.
Come disse un grande cristiano (che era anche un grande scienziato e un grande filosofo), ci sono tre dimensioni nell’esistenza.
La prima egli la chiamava delle «grandezze fisiche»: su questo piano noi non abbiamo niente da imparare dal Vangelo. La scienza che studia il mondo della quantità ci ha detto cose straordinarie, anche riguardo all’uomo. Il Vangelo appartiene ad una cultura troppo antica perché abbia qualcosa da dirci.
C’è poi la dimensione delle «grandezze spirituali», razionali. Qui la filosofia ci può bastare: il pensiero umano ha indagato profondamente il significato dell’uomo per quanto riguarda il suo rapporto con se stesso e col mondo fisico e col mondo sociale. La filosofia, pur nella sua mutevolezza, è la forma umana del sapere.
C’è poi la terza dimensione, che Pascal chiamava «della carità» e che noi possiamo chiamare «soprannaturale»: quella dimensione che non conosciamo né con la scienza né con la ragione ed è quella in cui tutti ci ritroviamo accomunati, senza che nessuna parola possa arrivare a dare un senso a ciò che viviamo.
Ad uno che è sul letto malato e moribondo non potete leggere nessun testo di filosofia e nessuna spiegazione scientifica di quello che sta avvenendo. Così, appena si esce fuori dall’area del dicibile, del conoscibile, del comune, si tocca l’ombra della solitudine e si entra nell’itinerario della passione.
La morte di Gesù è la morte del figlio dell’uomo, esemplare per tutti coloro che amano l’uomo. Chiunque ama il prossimo, non importa se poi questo si traduce in forme politiche e ideologiche diverse, se davvero ama non potrà che soffrire nella solitudine. Questo è il dramma, il mistero della storia.
Gesù fu perseguito dal potere politico e religioso, ugualmente preoccupati di un uomo del genere, che aveva chiamato beati i poveri, i perseguitati, i pacifici… aveva esaltato quella forma di umanità su cui il potere non ha presa, anzi cui ogni potere si sente sempre minacciato.
È stato giusto che Caifa e Pilato condannassero Gesù, che rappresentava l’alternativa temibile ad ogni potere dell’uomo. Ma egli è stato abbandonato anche da quelli che volevano cambiare l’ordine politico.
I due ladroni rappresentano la grande schiera di coloro che volevano, con le armi, col terrorismo, cambiare l’ordine esistente: il mondo dominato dall’invasore romano. Volevano ridare libertà al popolo con la violenza. Egli si trovò lontano da loro.
Fu abbandonato anche dagli amici, da coloro che avevano accettato la sua parola; non solo da Giuda, ma anche da Pietro.
Nella passione c’è una specie di progressione, un crescendo, fino a che nella croce si ha l’ultima solitudine: «Dio mio perché mi hai abbandonato?». Anche Dio lo abbandona.
Questa è l’esperienza di Gesù di Nazareth: la totale solitudine dovuta al suo totale amore.
Ognuno di noi ha un suo sillabario, una sua esperienza, un suo angolo di collocazione che gli permette di accostarsi a questo mistero, che ha certamente un messaggio per tutti noi.
Poi verrà il momento della speranza.
Per il credente questo punto d’arrivo, questo annientamento estremo — in Gesù che spira abbiamo l’annientamento totale, il fallimento assoluto — ha un capovolgimento che il racconto, ingenuamente, attraverso l’esaltazione della memoria immaginativa, descrive col terremoto, che tutto sconvolge…
Forse non sconvolse nulla, ma si sconvolse tutto.
La fede che quest’uomo annientato fu da Dio risuscitato, che l’ordine dei valori della storia fu capovolto da Dio, è il grande terremoto. Siamo ancora in questa onda sismica.
Forse negli archivi di Pilato fu registrato un fatto che fece numero con altri fatti: un delinquente condannato. Gesù è un delinquente condannato negli archivi storici.
Eppure da quel fatto è cominciata un’altra storia, quella che ancora noi viviamo.
Perché o la parola dell’amore sarà l’ultima parola della storia, oppure — secondo la grande metafora — la storia sarà una tragica favola raccontata da un idiota.
Noi siamo tra coloro che credono che l’ultima parola sarà quella dell’amore.
Non solo sarà: lo è per ciascuno di noi.
Da qui comincia il discorso della fede e qui lo terminiamo stamani, impegnandoci a riflettervi durante questa settimana, che per i cristiani si dice la settimana santa e che è, in ogni caso, l’occasione essenziale per queste riflessioni che ci riconducono al nucleo centrale della rivelazione.
Da “Il Vangelo della pace”, vol. 1, anno A.