5 Ottobre 2025, 27°Domenica t.o.

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Prima Lettura Dal libro del profeta Abacuc Ab 1,2-3; 2, 2-4
Salmo 94
Seconda Lettura Dalla seconda lettera di San Paolo ap. a Timoteo 2Tim 1,6-8.13-14


Dal Vangelo secondo Luca Lc 17, 5-10


Torniamo al discorso sulla fede di cui vi ho suggerito il contesto non religioso. Gesù ha parlato e dell’amministratore che usa dell’iniqua ricchezza per farsi amici, e dei suoi seguaci che devono essere abili nell’usare la ricchezza per realizzare la fraternità, l’uguaglianza, per liberare i «lazzari» di questo mondo. La fede ha dunque un suo contenuto che non è nei cieli, è sulla terra. Gli apostoli nel sentire quel discorso dissero: «Signore, aumenta la nostra fede». La fede è sicurezza che, col nostro impegno, il giorno di Dio, cioè il giorno della fratellanza, della liberazione dei lazzari, verrà.

Ci hanno insegnato a distinguere le virtù morali dalle virtù teologali. Tra queste virtù morali non è nominata una virtù che invece io considero fondamentale: la fede nell’umanità. La fede nella possibilità che l’uomo ha di liberarsi del suo male è una qualità straordinaria. La fede nell’uomo è la fede nell’impossibile, è la fede, per esempio, di chi lotta perché il mondo sia fatto da uomini eguali fra loro, fraterni e senza violenza. Questa non è una fede cristiana, è una virtù morale il cui sottofondo sorgivo è l’amore per l’umanità.

Mi è capitato, dopo aver parlato della nostra responsabilità della pace, di sentire uomini religiosi protestare perché parlando della pace non avevo parlato della fiducia in Dio. Il meccanismo che scatta nell’uomo religioso è che noi non ce la facciamo. E inutile agitarci: ci vuole Dio! Ma Gesù dice: «dopo che avrete fatto tutto dite: siamo servi inutili». Non prima. E invece i religiosi dicono prima: siamo inutili. E tutto è a posto. Sembrano osservanti della parola di Gesù e invece perfidamente la colpiscono. Solo dopo che avremo fatto tutto, fino all’estremo, idealmente fino alla morte, potremo dire: siamo servi inutili! La necessità di dar valore alla fede nell’uomo a me pare oggi assoluta, dirimente.

Alla luce di questa qualità mi vien fatto di ripensare — questo è un criterio educativo, per la scuola, molto importante — alla nostra storia del passato. Abbiamo avuto uomini che hanno saputo morire per il futuro dell’umanità, hanno dato voce alla specie umana e sono morti per questo. Che importa se dicevano che in cielo non c’è nessuno? In cielo ci sono tanti idoli. Ce li abbiamo messi noi. Forse è una via necessaria anche quella di spopolarlo, visto che molta sostanza di umanità è stata proiettata e come alienata nel cielo delle immaginazioni. Quel che conta è la fede nel futuro dell’umanità.

Allora il discorso di Gesù torna pertinente: se avessimo un pochino di fede noi sposteremmo le montagne. Sposteremmo i missili, sposteremmo i blocchi militari. Ne abbiamo poca. Siamo complici dello stesso male che condanniamo con tanto impeto. Ci vuole una fede profonda, quella che Gesù suggeriva: chi vuole essere con me dia tutti i suoi averi e mi segua. Questa è una fede che muove le montagne. Dobbiamo essere intransigenti contro i rassegnati. I veri nemici del futuro non sono i cattivi, non sono i terroristi ma sono i rassegnati. I rassegnati sono milioni e hanno tutto dalla loro parte, anche i narcotici mattutini dei giornali.

La fede cristiana ha come suo presupposto non tanto le quattro virtù cardinali, che raccomando a tutti, ma questa virtù morale che è la fede nell’uomo. Se non c’è questa io diffido. C’è una serenità illegittima, come quella di certe comunità di fede che si riuniscono e poi si nutrono di Alleluja in un mondo pieno di armi. La fede seria è quella che ci mette di fronte all’Epulone e al Lazzaro e ci chiede di pronunciarci.

Da “Il Vangelo della Pace” vol 3, anno C

/ la_parola