7 Settembre 2025, 23° Domenica T.O.

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Prima Lettura; Dal libro della sapienza Sap 9, 13-18
Salmo 89
Seconda Lettura: Dalla lettera di San Paolo apostolo a Filemone Fil 1 9-10, 12-17

Vangelo:
Dal Vangelo secondo Luca Lc 14, 25-33

 


Il rischio che noi corriamo — dico noi soprattutto che viviamo di certezze cartacee, nate dai libri e destinate ai libri — è di scambiare quello spicchio di conoscenza in cui possiamo muoverci con agilità, con la conoscenza del senso vero della vita e del senso del tutto. Il segmento che ci chiude diventa per noi una linea infinita, l’orizzonte angusto in cui viviamo diventa l’universo.

Questa stoltezza genera una specie di alienazione radicale nella quale si perdono le giuste dimensioni della nostra esistenza, si perde l’alfabeto elementare delle nostre speranze, si perde la capacità di comunicare con gli altri quando essi vivono in condizioni che non sono le nostre. Una specie di egoismo dilatato si scambia per cultura, per competenza, per saggezza, ma in realtà — mi metto nella linea di questo discorso sapienziale — noi viviamo chiusi nella stoltezza che scopriamo dai frutti del nostro vivere.

Sulla linea di continuità della nostra sapienza ufficiale, che è stoltezza, nasce, dal nostro profondo, un bisogno di liberarcene, rinascono le grandi antinomie della Scrittura che oppongono la vita del credente a quella del mondo, che oppongono la follia della croce alla sapienza del mondo. Sembrano parole devote, ma in realtà sono le parole che illuminano questa sofferta contraddizione di cui parlavo prima.

Esaminiamo rapidamente, per poi rifarci al messaggio evangelico che è perfettamente simmetrico a ciò che intendo dirvi, quello che ci sta dicendo la cultura più viva, più critica del nostro tempo riguardo alla condizione umana. Sono finiti i tempi — dobbiamo ammetterlo — delle presunte sicurezze razionali, è finito il tempo in cui i filosofi pensavano di chiudere dentro le architetture di un sistema mentale un universo intero. L’esperienza, le contraddizioni della storia, ci hanno ammaestrati.

Le parole più valide che ci vengono dalla cultura del tempo sono caratterizzate da una sana perplessità, da una profonda incertezza, da un movimento di tipo ipotetico che non turba più la fede. È chiaro ormai che una visione del mondo e della vita che risolva tutto nella chiarezza del pensiero è qualcosa che appartiene agli archivi della nostra storia spirituale.

È sempre più diffuso — e giustamente — il costume di mettere in evidenza questo peso della «tenda di argilla» sulla nostra anima, cioè sullo spirito dell’uomo. Noi sappiamo che non è solo il nostro corpo che appesantisce l’anima, non sono soltanto le peripezie fisiche che oscurano lo spirito; anche il più profondo pensatore se ha mal di testa non può pensare. Il corpo comanda e il declino degli anni, il corrompersi delle forze vitali oscura anche l’intelligenza. Se sapessimo — come dice il Salmo — contare i nostri anni, avremmo la sapienza del cuore.

Ma non c’è solo il vincolo del corpo che appesantisce lo spirito, c’è anche il vincolo con la nostra condizione familiare, il vincolo biologico.

Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 3, anno C

/ la_parola