8 Dicembre 2025, Immacolata Concezione
Prima Lettura
Dal libro della Genesi – Gn 3, 9-15.20
Salmo 97
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani – Ef 1, 3-6.11-12
Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 1, 26-38
Riflessione
Per introdurre una delle interpretazioni possibili delle pagine della Scrittura che avete ascoltato, potremmo cominciare da una constatazione che ogni giorno ha motivo di essere fatta: la constatazione del contrasto che nasce in noi quando ci troviamo di fronte a problemi per i quali a poco serve la risposta che ci viene dalla nostra coscienza morale così come si è formata attorno alle fonti più insospettabili.
E allora proviamo il bisogno di rifarci a qualche principio più remoto, più universale, meno sospetto. Ma quando ci rifacciamo a principi così universali ci troviamo in contrasto con la saggezza che viene ritenuta non rinunciabile da nessuno.
Facciamo due esempi: per quanto riguarda i rapporti fra l’uomo e la donna, le istituzioni storiche che li hanno regolati non sembrano più adatte a rispettare adeguatamente le esigenze dell’amore. E allora ci rifacciamo sempre più spesso a un principio originario che illumina quei rapporti: il principio di un amore sufficiente a se stesso, che non ha bisogno di crismi, di legittimazioni istituzionali, di codici, di protocolli… Si ritorna a un amore primordiale, fondante, universale. Ed ecco la tribolazione: rifarci a questo principio significa — in pratica — abolire le mediazioni e le garanzie che, per lunga esperienza, l’umanità ha ritrovato e la Chiesa ha stabilito. E allora l’oscillazione tra i princìpi normativi del comportamento umano e la norma fondamentale originaria genera un conflitto che non è semplice risolvere. Il pendolo della coscienza ora si muove ribadendo l’importanza di certi modelli tradizionali del rapporto uomo-donna, del ruolo della donna nella famiglia, di regole pratiche ritenute per secoli veramente fondamentali, ma verso le quali abbiamo, oggi, un profondo sospetto. L’universalità del principio dell’amore ci soddisfa nella coscienza ma non è sufficiente a illuminare i modi pratici del comportamento, quasi che l’applicarci all’amore come tale significhi dare un lasciapassare all’arbitrio, al capriccio, alla volubilità umana.
Ma c’è un esempio ancora più tribolante: quello dei rapporti fra classe e classe, anzi fra popolo e popolo, fra blocchi di popoli e blocchi di popoli. La violenza è lecita o non è lecita? Se ritorniamo alle origini, noi sappiamo che ogni atto che offende la vita dell’uomo è in sé riprovevole. Il mito di Caino ci insegue. Non è lecito alzare la mano contro il fratello; è proibito uccidere. È un principio a cui noi dobbiamo ritornare sempre più spesso perché sentiamo che le giustificazioni tradizionalmente addotte alla uccisione del nemico non reggono più. E tuttavia non appena noi accettiamo in pieno il principio della non-violenza, sorgono problemi concreti: quelli della difesa, dell’equilibrio, della resistenza alle oppressioni o alla minaccia di oppressione.
Anche qui ci troviamo oscillanti tra il principio originario che proibisce ogni atto di violenza contro l’uomo e la coscienza storica che ammette mille eccezioni a questa legge. Perfino in documenti autorevoli recenti abbiamo questa stridente contrapposizione fra un richiamo al principio cristiano che condanna la violenza, che proibisce l’uccisione, che proibisce le armi e un principio pratico collaudato dalla storia, secondo il quale in certi casi, anche armarsi è necessario.
Questa contraddizione in un tempo diverso dal nostro rimaneva latente. I princìpi originari erano rimessi soltanto ad alcuni gruppi di asceti che si ritiravano dalla storia e si ritiravano, come si dice, dal mondo mentre i princìpi basati sulla esperienza storica erano quelli a cui si rifacevano gli uomini che vivevano nel mondo, magari cercando anch’essi la perfezione ma, ahimè, accettando il gioco e i limiti della pratica storica.
Sono convinto che questo rapporto fra coscienza originaria e coscienza storica oggi si fa sempre più stridente. Il caso tipico è quello sulla opportunità o meno di usare le armi per garantire la difesa del nostro popolo. Anche i cristiani si ritrovano a sperimentare questo conflitto, perché da una parte essi accolgono la Parola di Dio come norma assoluta; dall’altra, nella pratica storica in cui vivono, ammettono mille eccezioni alla Parola di Dio.
Gesù dice «beati i poveri» e noi facciamo seguire a questa beatitudine tanti ma, se, però, che alla fine, di questa beatitudine rimane un sospiro.
«Beati i facitori di pace». Lo abbiamo sempre detto con profondo consenso: però abbiamo aggiunto tanti ma, se, però che alla fine questa beatitudine si legge anche dinanzi agli eserciti armati.
Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 1, anno A