8 Marzo 2026 3° Domenica di Quaresima
Prima Lettura
Dal libro dell’ Esodo
Es 17, 3-7
Salmo 94
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 5, 1-2 5-8
Fratelli, giustificati p
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4, 5-42
Per entrare nel forte messaggio del brano del Vangelo che avete appena ascoltato la porta più adatta è l’episodio dell’Esodo, così provocante.
Il dubbio del popolo in viaggio — «il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» — non nasce per un improvviso emergere dello spirito critico, nasce nella tensione fra la speranza e la disperazione.
Questo popolo si era mosso perché un uomo, Mosè, aveva suscitato in lui la speranza della liberazione. Tutti i profeti sono degli svegliatori di speranza.
C’è, in fondo all’uomo, individuo e collettivo, una specie di energia, di fuoco sommerso che qualcuno riesce a svegliare e allora tutto si muove, gli argini si rompono, le segnaletiche vengono cancellate, il già saputo non conta più e si va verso il futuro.
Andare però verso il futuro, lasciare — come si meditò domenica scorsa — la casa paterna, come Abramo, per andare verso una regione che non si conosce, significa entrare in situazione rischio.
Sperare è rischiare, è perdere le sicurezze, personali e collettive, ereditate. Svegliare la speranza è sempre mettere in rischio una persona.
Quante volte ci siamo chiesti, specie noi che abbiamo avuto responsabilità educative, se era bene suscitare nei giovani la speranza di poter fare una società giusta, pacifica, davvero fraterna rompendo lo scettro dei faraoni.
Destare nei giovani la speranza significa esporli al rischio della disperazione, la quale è una cattiva maestra, può anche suggerire la violenza.
L’ordine e la speranza non vanno mai insieme. I tutori dell’ordine odiano la speranza, o l’ammettono, ma purché stia dentro gli argini stabiliti.
Ma questa speranza ordinata non risponde all’ansia interna, alla sete che governa la nostra vita quando essa è all’altezza della nostra dignità umana.
Se sono i profeti a svegliare la speranza, nasce il disordine. Per lo più il profeta viene anche lapidato, come dice il Signore, e come — del resto — è capitato a Lui.
Mosè, qui, ha paura: «mi lapideranno».
Il popolo si trova nel deserto e si trova deluso perché invece di andare verso il meglio è andato verso il peggio. Molto più sicura è la condizione di schiavitù dove tutto è regolato: il sonno, il lavoro, il cibo.
Entrare nel deserto significa entrare in uno stato nascente, perdere le vecchie identità, vivere in tensione morale.
Questo non fu possibile al popolo ed ecco perché esso dubitò di Dio.
Da “Il Vangelo della pace” vol 1, anno A