Carcere: allargare gli orizzonti – di Susanna Rollino

Carcere: allargare gli orizzonti – di Susanna Rollino

Il 23 maggio scorso, nel Convegno “Carcere: allargare gli orizzonti” – organizzato dalla Fondazione nella Giornata nazionale della Legalità  – i vari relatori, a seguito del puntuale intervento introduttivo della Presidente Bellini, hanno ragionato intorno al tema dell’esecuzione della pena e in particolar modo intorno al “pianeta carcere”, come un tempo è stato definito il complesso e variegato mondo della detenzione, con riferimento ai diritti costituzionali da garantire a tutti i cittadini, seppur in uno stato di privazione della libertà.

Nei loro interventi i relatori hanno ricordato Sandro Margara, grande uomo della legalità, assiduo frequentatore della Badia Fiesolana: il prossimo 29 luglio saranno 10 anni dalla sua morte e il suo pensiero, i suoi scritti, la sua idea di esecuzione della pena sono ancora di grande insegnamento per il mondo della giustizia. Margara si è occupato incessantemente di carcere proprio per denunciarne le storture e garantirne l’umanità, ma preme qui ricordare che “la sua creatura e la sua visione”, se così si può dire, sono le misure alternative alla detenzione, che ha immaginato, scritto in testi di legge (la legge Gozzini così come varie proposte di rivisitazione dell’Ordinamento penitenziario) e ostinatamente e caparbiamente implementato nella sua funzione di presidente di Tribunale di sorveglianza.

 

Quelle storture della detenzione che tuttora, in questa giornata, fanno dire alla professoressa Caraceni che la realtà penitenziaria di oggi è illegale e l’Ordinamento penitenziario, a più di 50 anni dalla sua emanazione,  non è mai stato attuato. Nel suo excursus la relatrice sottolinea come lo stato di diritto e la Costituzione mettano al centro la persona – qualsiasi sia il suo status – e come l’art. 2, che parla dei diritti inviolabili del cittadino, sottolinea l’esistenza di diritti inviolabili anche per i detenuti: la pena, come recita l’art. 27, deve rispondere al senso d’umanità e la dignità umana deve essere rispettata anche nella punizione. Con l’Ordinamento penitenziario del 1975 si fa un ulteriore passo avanti e si afferma che l’intervento rieducativo è individualizzato, ogni persona detenuta ha diritto ad un programma di trattamento personalizzato. Importanti pronunciamenti della Corte Costituzionale sottolineano come il “recupero” del detenuto passi dal riconoscimento dell’identità personale, dal riconoscimento delle attitudini e dalla valorizzazione delle competenze: il carcere attuale invece, anche per il crescente indice di sovraffollamento, è sempre più sbilanciato verso aspetti custodiali e i diritti rischiano di degradare, come un tempo, in “concessioni” dell’autorità. A tale proposito ricorda gli importanti moniti della Corte sulla tutela dei diritti costituzionalmente garantiti, non ultima la sentenza su dell’ottobre  2024 sul diritto all’affettività.

La professoressa conclude invitando a riflettere su quanto la situazione del carcere sia strettamente collegata alla marginalità e alle relative politiche di contrasto; generalmente i “marginali” non hanno diritti e questo è ancora più evidente in una condizione di detenzione: i tossicodipendenti non sempre ricevono i percorsi di cura adeguati, i malati psichiatrici peggiorano la loro condizione e talvolta è proprio durante la detenzione che insorge la malattia, per gli stranieri, infine – nella maggioranza dei casi in attesa di giudizio – la detenzione serve solo al loro isolamento e non a un percorso di recupero.

 

Al dottor Gianfilippi, neopresidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze e Magistrato di sorveglianza di lungo corso all’Ufficio di sorveglianza di Spoleto, si è chiesto di raccontare, dal proprio osservatorio, lo stato dell’arte dell’applicazione di tali diritti.  E, partendo dall’art.  27 della Costituzione che parla di pene che tendano al recupero del reo, ricorda come la rieducazione necessita da una parte dell’azione del reo e, dall’altra, dalle prospettive di socializzazione e reinserimento che questi può trovare al termine della detenzione. Non solo la recinzione va curata, ma soprattutto i varchi: per l’attuazione di un serio un percorso rieducativo contano le capacità e le attitudini del detenuto e il sostegno della famiglia ma, nel contempo, la comunità deve offrire collaborazione con reali opportunità di inserimento: chi esce dal carcere deve ricostruirsi e necessita dell’apporto e dell’appoggio della società civile.

Il percorso di reinserimento è una progressione che si può fare conoscendo le persone e i luoghi della detenzione; dall’ascolto e dalla vicinanza degli operatori penitenziari si possono trarre indicazioni su quale direzione seguire e questo è specificatamente uno dei compiti della magistratura di sorveglianza.

Purtroppo il sovraffollamento delle sezioni di media sicurezza, fatiscenti, senza fondi per il rammodernamento, non aiuta. Così come la mancanza di lavoro per i detenuti, la mancanza di fondi per concreti progetti di reinserimento, la crisi che attraversa  vari settori i della società: tutti fattori che ostacolano l’auspicato recupero sociale.

 

Alla dottoressa Rollino il compito di un focus sul mondo del probation, così come chiamato nel mondo anglosassone dove è nato, e che le Raccomandazioni europee definiscono “misure e sanzioni di comunità” . Nel nostro territorio si articolano in 3 grandi filoni: le misure alternative alla detenzione, introdotte con la legge 354 del 1975 e via via ampliate negli anni (SL, APSS, DD); la messa alla prova, introdotta con la legge 67 del 2014 che viene concessa dal giudice della cognizione che la concede e se la prova ha un esito positivo, si estingue il reato. Seppur con analogie con l’APSS la differenza fondamentale è lo status della persona: in questo caso non condannato ma imputato (o indagato); le pene sostitutive, introdotte dalla cd. legge Cartabia Dlg. 10.10.22 n.150 (SL, DD, LPU, pena pecuniaria) che vengono erogate direttamente dal giudice della cognizione come pena principale. Per tutte queste misure, con gradi diversi di “aiuto e controllo” – come recita l’O.P. – c’è una gestione e un intervento degli uffici di esecuzione penale esterna (Uepe).

Al 30.4.2026 – dati del ministero della giustizia – sono 64.436 le persone detenute e 101.161 i soggetti in carico agli Uepe, eppure nell’immaginario collettivo l’unico luogo dove espiare la pena è il carcere, nonostante che i nostri lungimiranti padri costituenti nel comma 3 dell’art. 27 – di cui si abusa nelle citazioni ma raramente si comprende fino in fondo – parlano di pene, declinando al plurale le possibilità di scontare una condanna. Ma una pena scontata in altro modo – seppur previsto dalla legge – non è considerata pena, tutto ciò che non è carcere scivola inevitabilmente nell’area dell’impunità anche se spesso le misure alternative sono più impegnative del carcere: la detenzione può essere trascorsa in totale ozio, nella branda davanti alla televisione, mentre nelle misure c’è un programma di trattamento che viene periodicamente verificato e che richiede un impegno da parte della persona. Il carcere poi, come spesso ricordato da Margara, produce infantilizzazione, (una domandina per ogni cosa…) mentre uno degli obiettivi delle misure alternative è la responsabilizzazione, l’affiancamento della persona in un processo di consapevolezza e di empowerment.

Si potrebbe obiettare che il carcere dà maggior sicurezza ma è dimostrato che il ricorso alla carcerazione non ha mai aumentato la sicurezza, così come non si può rispondere con il diritto penale a problemi sociali.

Perché è l’inclusione, non l’esclusione che genere sicurezza: quindi, ozio versus impegno, infantilizzazione versus responsabilizzazione, esclusione versus inclusione…

Tutti queste locuzioni rimandano a quello che gli Uepe fanno quotidianamente nelle misure e sanzioni: azioni di accompagnamento per l’inclusione sociale nella comunità. Ed è anche un obiettivo della Fondazione quello di coinvolgere la società civile nella tutela dei diritti degli “ultimi”, siano essi detenuti o in misura o sanzione, per far emergere nella comunità la consapevolezza che è parte attiva e determinante nel processo di reintegrazione del reo nel suo tessuto sociale e anche dell’utilità collettiva delle misure di comunità  (in termini prevenzione, minore recidiva, minori costi).

 

Don Palmisano, Cappellano dell’Istituto minorile Meucci ricorda come l’art. 27 della Costituzione parla di ri-educazione, concetto che non si può applicare ai minori perché ancora in una fase evolutiva in cui si parla di educazione. Heidegger diceva che alla nascita siamo gettati a caso e quindi dipende dal caso dove ci formiamo ed educhiamo. Oltre alle importanti parole servono i fatti; per questo nella sua parrocchia di Ricorboli accoglie 10 detenuti che aiutano nel quartiere con lavori domestici: La Pira diceva che non basta dare una casa, bisogna dare una città.

 

Con le Associazioni Pantagruel ed Ebenizer si entra nel vivo delle azioni di accompagnamento all’interno degli istituti del nostro territorio: entrambe le associazioni, rispettivamente nei carceri di Sollicciano e Prato, sostengono i detenuti attraverso l’ascolto, occupandosi del vestiario, affiancandoli nelle incombenze quotidiane e nell’aiuto – anche di comprensione linguistica – con i con gli avvocati e con gli uffici esterni. Sul fronte dell’esterno è molto importante – di grande responsabilità e quindi di grande generosità – l’accompagnamento ai detenuti in permesso, accompagnamento che consente a quei detenuti senza riferimenti familiari e/o sociali di trascorrere del tempo fuori dal carcere.

 

 

 

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