La Flotilla: un ostinato disegno di pace – di Beniamino Deidda

La Flotilla: un ostinato disegno di pace – di Beniamino Deidda

 

Nello scorso mese di aprile, la missione umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla, composta da oltre cinquanta imbarcazioni civili disarmate, è salpata dai porti di Barcellona e Augusta con a bordo centinaia di partecipanti provenienti da oltre quaranta Paesi, tra cui alcuni cittadini italiani, giornalisti e osservatori per i diritti umani. La missione aveva come scopo la consegna di beni di prima necessità e assistenza medica alla popolazione civile di Gaza, da tempo stremata dalla persecuzione israeliana. Dunque una situazione di gravissima crisi dopo i bombardamenti su obiettivi civili, una popolazione alla fame e l’impossibilità di accedere alle cure mediche.

Occorre sapere che fin dal 2009 una dichiarazione unilaterale della Marina israeliana aveva proclamato il “blocco navale”, nonostante non si tratti di acque territoriali di competenza israeliana, dal momento che la Striscia di Gaza non è territorio israeliano. In questo quadro, la sera del 29 aprile 2026, in acque internazionali ventidue imbarcazioni della Flotillia – sette delle quali battenti bandiera italiana – sono state intercettate ed abbordate da unità militari israeliane. Nel corso dell’operazione, 23 cittadini italiani, sono stati arbitrariamente privati della libertà personale e trasferiti coattivamente su una nave militare israeliana.

L’intercettazione è stata condotta con modalità analoghe a quelle attuate con la precedente missione della Flotillia: abbordaggio notturno in acque internazionali, impiego di personale armato e distruzione o sottrazione dei cellulari. Numerose persone hanno riferito che durante la detenzione a bordo della nave militare israeliana sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti e gravi abusi. Due persone, poi, sono state violentemente prelevate dai militari israeliani e condotte con la forza in Israele.

Sappiamo che la situazione è ulteriormente peggiorata con abbordaggi ancora più aggressivi e immagini di violenza e umiliazioni degli equipaggi esibite con orgoglio da rappresentanti del governo israeliano, che tutti noi abbiamo visto in TV.

Occorre sapere che l’art.90 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare afferma il diritto di ogni Stato di far navigare in alto mare navi battenti la propria bandiera, mentre ai sensi dell’art. 92 le imbarcazioni in alto mare sono generalmente sottoposte alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Esse godono del diritto di libertà di navigazione in acque internazionali. Le navi italiane erano, dunque, da considerare, territorio italiano. La intercettazione delle imbarcazioni della Flotilla da parte di Israele in alto mare, a 500 miglia da Gaza, costituisce perciò una manifesta violazione del diritto internazionale.

Sappiamo infine che, sollecitata dalle denunce di alcuni legali, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per i reati di sequestro di persona, tortura e danneggiamento seguito da pericolo di naufragio. E’ dunque chiaro che impedire l’ingresso a Gaza di aiuti umanitari è in sé un atto illegale, frutto della prepotenza che oramai attanaglia i governanti israeliani fino a spingerli a definire ‘criminali’ le azioni della Flotilla e a qualificare i loro equipaggi come “terroristi”.

Ora, vedere uno Stato che, senza essere chiamato a risponderne a livello politico, si rende ripetutamente autore di azioni di pirateria aggredendo imbarcazioni civili e sequestrando gli equipaggi, pone il problema non più rinviabile della drammatica crisi del diritto internazionale. E’ evidente che la crisi del diritto internazionale non può addebitarsi alla condotta del solo Stato di Israele. I più importanti Stati dell’Occidente hanno ripetutamente e gravemente violato norme elementari che vietano l’ aggressione di Stati sovrani e la violazione dei più elementari diritti umani. La politica statunitense di aggressione di stati sovrani è andata avanti per decenni e ha mostrato il suo volto violento con il recente bombardamento dell’Iran. La Russia, d’altro canto, da quattro anni aggredisce uno stato sovrano in Europa. Neppure l’Italia ha rispetto del diritto internazionale: non ha detto una parola sul genocidio in corso a Gaza; ha continuato a mandare armi in Israele; ha inviato fin dal primo momento armi in Ucraina in violazione dell’articolo 11 della Costituzione che ‘ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Insomma si può dire che l’arroganza della forza e la prepotenza hanno preso il posto della giustizia e del rispetto del diritto internazionale.

Ma la crisi del diritto internazionale non è irreversibile. Gli uomini non possono vivere senza il diritto. Un mondo senza diritto è anche un mondo senza diritti. E alla lunga gli oppressi non possono sopportare a lungo che vengano loro negati i diritti elementari. La prepotenza di chi ha la forza non può essere l’unica legge. Molti popoli si affacciano ora ad una nuova fase di sviluppo economico e umano e non tollerano di essere ricacciati indietro dalla violenza degli Stati più forti. E’ perciò interesse di tutti, anche degli Stati che attualmente violano impunemente il diritto, ripristinare la legalità internazionale.

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