La pace come principio – di Claudio Ferro
Tommaso Greco, Critica della ragione bellica, Laterza 2025
C’è un momento, nella lettura di questo libro, in cui la pagina smette di essere carta e diventa terreno di resistenza. Non ci si trova davanti a un saggio filosofico, o almeno non solo, ma a qualcosa di più radicale che si disvela in un atto di ripristino della verità. Tommaso Greco compie un’operazione oggi ardua quanto improrogabile: restituire alla pace il suo posto. Non come meta lontana, utopia sospesa nel futuro, ma come il substrato stesso su cui poggia la convivenza umana, e dal quale non ci si allontana senza negare la vita.
Il bersaglio che Greco individua è una narrazione tossica ormai introiettata nel senso comune. È l’idea che il conflitto sia il motore della storia, la violenza la sostanza etica delle comunità politiche. I tecnopoteri contemporanei non hanno bisogno di citare nessun filosofo dello Stato per operare secondo questa logica: esautorano i parlamenti per decidere il riarmo, trasformano la paura in governance, elevano la minaccia a struttura operativa del reale. Lo Zeitgeist si è fatto ragione bellica, cieca fedeltà a un destino di sangue che si autoavvera.
Contro questa gravità, Greco fa affiorare il filo che lega questo libro alla sua indagine precedente su Simone Weil. Se per la filosofa francese la ‘forza’ è ciò che riduce l’uomo a cosa, la pace in Greco è la sua controfigura attiva e costruttrice, non assenza della guerra, ma presenza operante nella vita degli uomini, forza dirimente capace di spezzare la meccanica stessa della violenza.
Ed è qui che si avvera il rovesciamento essenziale: non più il circolo autovalidante del para bellum, ma il para pacem, ossia la custodia quotidiana di ciò che tiene insieme la vita comune.
Il pacifismo che ne deriva rifiuta l’etichetta di utopia, che è ciò che non esiste. Il diritto è lo spazio orizzontale del riconoscimento reciproco, una cura che richiede, a chi ha competenza tecnica e istituzionale, quella ‘fantasia giuridica’ di cui parla Greco. E a ciascuno di noi, la resistenza tenace alla retorica della paura.
Ma chi è il soggetto di questa pace? Non il cittadino murato negli steccati nazionali, risponde implicitamente Greco, ma chi riconosce nella sopravvivenza dell’altro la condizione della propria, entrambi soggetti di una comunità che precede e trascende i limiti degli Stati.
Emerge così un’esigenza giusnaturalistica universale, non come reliquia del passato, ma come strumento vivente. L’ordinamento attuale ha ancora le ossa per reggere questo peso; serve la carne. Serve la volontà di chi, silenziosamente, tiene in vita la speranza quando le istituzioni vacillano: aggregazioni, reti, presenze operanti nell’ombra della storia.
“L’ottimismo è dovere”, chiude Greco. Non perché la storia tenda al bene, ma perché il futuro è aperto e noi ne siamo corresponsabili.
Un libro urgente e necessario.
Claudio Ferro