Perché la profezia non fallisce
Presentazione di Francesco, l’uomo nuovo.
Ci sono libri che si ristampano perché appartengono alla storia. E ci sono libri che tornano perché appartengono al futuro. È questa la convinzione da cui è nata la nuova edizione di Francesco d’Assisi di Ernesto Balducci, presentata dalla Fondazione Balducci nella Collana per una Cultura di Pace, realizzata con Gabrielli editrici, in un incontro che si è rivelato molto più di una semplice occasione editoriale. È stato un dialogo sul nostro tempo, sulle sue inquietudini e sulla possibilità, ancora aperta, di immaginare un’altra umanità.
In questo anno, dell’anniversario di Francesco, dei molti testi usciti, ci siamo domandati, in Fondazione, il senso della ripubblicazione. Rileggendo il testo, la domanda non è stata se il libro appartenesse ancora al presente, ma se il presente fosse ancora capace di lasciarsi interrogare da quelle pagine. La risposta è stata affermativa. Perché il Francesco di Balducci non è una figura da museo, ma una provocazione rivolta alla coscienza contemporanea. L’invito rivolto ai lettori è quello di accostarsi al testo con libertà, lasciandosi interrogare personalmente dalle domande che esso suscita.
Gli amici che hanno con noi costruito il dialogo di questa giornata, padre Sergio Sereni, Luigino Bruni, Mariangela Maraviglia, hanno portato la ricchezza delle loro diverse letture
Padre Sergio Sereni, che ha condiviso con Balducci gli anni della Badia Fiesolana nei quali il libro è stato scritto, ha offerto una testimonianza preziosa e ha definito quest’opera il vero testamento spirituale di Balducci, il luogo nel quale diventa evidente la sorgente della sua instancabile ricerca sulla pace, sul disarmo, sulla dignità dell’uomo. Dietro il pensatore impegnato nel dibattito civile emerge infatti il credente radicalmente affascinato dal Vangelo vissuto “senza glossa”, come Francesco d’Assisi, che rifiuta ogni mediazione rassicurante e rimette continuamente la Chiesa, e ognuno di noi, davanti all’assolutezza del Vangelo. Per questo Francesco non è semplicemente un riformatore, ma un permanente elemento di contestazione, capace di richiamare la Chiesa e l’umanità all’essenziale.
Luigino Bruni ha collocato il libro tra le più significative interpretazioni contemporanee di Francesco. Il suo pregio non consiste soltanto nel rigore storico, ma soprattutto nella capacità profetica di Balducci, che riesce a leggere Francesco dall’interno della logica biblica della profezia. Da questa prospettiva Francesco diventa anche una chiave per comprendere la Chiesa. Balducci rifiuta ogni nostalgia di una cristianità perduta: il Vangelo non invita a restaurare il passato, ma ad aprire il futuro. La vera fedeltà non consiste nel custodire forme antiche, ma nel lasciarsi continuamente convertire dalla radicalità evangelica. La vera terra promessa è sempre davanti. Tra i passaggi più intensi dell’intervento di Bruni la riflessione sul fallimento. Francesco, osserva Balducci, è storicamente uno sconfitto: il suo progetto non si realizza pienamente né nella Chiesa né nella società. Eppure proprio questo apparente fallimento custodisce la forza della profezia. La logica evangelica non coincide con quella del successo, ma con quella della fecondità.
Mariangela Maraviglia ha collocato il libro dentro l’ultimo grande periodo del pensiero di Balducci, quello dell'”uomo planetario” e della nuova umanità. Francesco diventa così il paradigma di una libertà nuova: libertà dal possesso, dal dominio, dalle proprie ragioni. Una libertà capace perfino di riconoscere le ragioni del nemico e di trasformare il conflitto in fraternità. Da qui nasce anche una nuova immagine di Dio. Non il Dio della paura o del sacrificio, ma la gratuità amorosa che sostiene tutta la creazione. È questa intuizione che rende possibile una fraternità cosmica nella quale esseri umani, animali, natura e storia non sono più realtà separate ma parti di un’unica comunione. Maraviglia ha infine ricordato come la speranza di Balducci, pur attraversata negli ultimi anni da profonde delusioni storiche, non venga mai meno: proprio per questo il libro continua a parlare anche al nostro tempo.
Nelle conclusioni, Grazia Bellini ha raccolto i fili emersi durante il dialogo. Se la profezia sembra spesso sconfitta nella storia, non per questo è fallita. Essa lavora con tempi diversi da quelli della cronaca e continua a germogliare anche quando tutto sembra negarla.
Riprendendo un’immagine cara a Balducci, Bellini ha ricordato che i germogli crescono sotto le foglie secche: ciò che appare morto può custodire il futuro.
È forse questa l’eredità più profonda lasciata dal libro: la certezza che la speranza non nasce dall’ottimismo né dall’illusione, ma dalla fiducia che l’uomo possa sempre diventare più umano e che la profezia continui, silenziosamente, a trasformare la storia.