1 SETTEMBRE 2019 – XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

1 SETTEMBRE 2019 – XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

1 Settembre 2019 – XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Essere cristiani vuol dire volere un banchetto dove ci sono i poveri, gli zoppi… cioè dove tutti entrano in fraternità finalmente festosa. Questo è l’essere cristiani. Il nome di Dio viene dopo. È meglio che non si pronunci, per ora, perché ci imbroglia, perché reintroduce un’idea creata dalle classi del potere. Solo se io amo il povero posso pensare a Dio senza sbagliare. Se non penso all’uomo, penso a Dio sbagliando. Questa è la verità che ci viene dal Vangelo.

 

PRIMA LETTURA: Sir 3,19-21.31.33- SALMO: 67- SECONDA LETTURA: Eb 12,18-19.22-24°- VANGELO: Lc 14,1.7-14

 

…Ci troviamo a vivere in una società dove tutto funziona con meccanismi spaventosamente selettivi. Le sperequazioni economiche hanno ripreso furiosamente ad imperversare per cui le crisi cadono gravemente sui deboli e son sopportate come pagliuzze dai potenti. E poi la selezione e diventata così intima al nostro costume che si è estesa a tutte le sfere della nostra vita per cui anche i poveri – quelli che possiamo chiamare i più deboli, gli ultimi della nostra società – hanno assimilato in gran parte la dottrina dei ricchi e ambiscono a fare quello che i ricchi stanno facendo. Ma le riserve dell’ironia divina nella storia sono tante. La maggioranza degli abitanti del pianeta è povera. Il nostro benessere non è altro che la distribuzione di un’immensa refurtiva planetaria. Ma i derubati ci sono e lo sanno. Questa potenza selettiva è così forte che ha invaso tutti i settori della nostra esperienza: perfino nelle famiglie il debole è trascurato. La competizione è così feroce che arriva perfino a travolgere luoghi tradizionali della sanità naturale. Anche nei paesini dove viveva lo spirito comunitario dei tempi antichi, si ripetono le stesse terribili ambizioni, presunzioni, sfruttamenti, violenze morali che prima erano privilegio della porzione sociale entrata nella corsa competitiva con i titoli in regola. L’assoluta diffusione di questo criterio fa paura perché ci da quasi l’impressione che l’idea di un banchetto dove i poveri seggano finalmente riscattati dalla loro emarginazione è un sogno impossibile. Io credo che la dannazione più grande di un popolo o di un uomo soddisfatto è di perdere la speranza. E gli sta bene, perché ne ha consumato gli alimenti segreti, ne ha dissipato l’olio invisibile mancando il quale la fiamma si spegne. Saranno i poveri a darci la speranza nel futuro come è nella legge della storia. Noi diciamo: nella legge della salvezza. Allora cosa significa prendere sul serio questa contraddizione che qui è, con semplicità e forza, proposta dal Signore? Intanto noi siamo salvi – e questa volta davvero la parola non ha bisogno di specificazione – in quanto accettiamo come consegna di vita la preparazione e l’anticipazione, per quanto possibile, del banchetto in cui non si invita la gente perché ci dà il contraccambio, si invitano coloro che non hanno niente da darci cioè in cui seggono al banchetto con regale dignità i poveri, gli storpi… – categorie simboliche di tutti coloro che sono emarginati –. Questa è la società che vogliamo, il banchetto che vogliamo preparare. Ecco dov’è l’alternativa vera tra il cristiano e il non cristiano. Non è cristiano chi dice: «viva Dio», «io amo Dio», «guai a chi offende Dio». Sono vissuto in un paesino dove la bestemmia era un costume. Alcuni signori avevano creato la «lega antiblasfema»: facevano bestemmiare i poveri però poi combattevano il costume. Questo ancora continua. Essere cristiani vuol dire volere un banchetto dove ci sono i poveri, gli zoppi… cioè dove tutti entrano in fraternità finalmente festosa. Questo è l’essere cristiani. Il nome di Dio viene dopo. È meglio che non si pronunci, per ora, perché ci imbroglia, perché reintroduce un’idea creata dalle classi del potere. Solo se io amo il povero posso pensare a Dio senza sbagliare. Se non penso all’uomo, penso a Dio sbagliando. Questa è la verità che ci viene dal Vangelo. Chiudo ricongiungendomi agli inizi. La verità di queste cose è antropologica prima che evangelica. Ogni uomo, se non è diventato un disperato – ma la disperazione cresce tra noi – conserva in sé la speranza che si possa arrivare al banchetto universale. Ma questo vuol dire accettarne gli strumenti. Ricordo che nella buona società fiorentina un tempo c’era il costume, per le festività, di andare negli orfanotrofi a prendere un orfanello, un escluso, per far festa, strumentalizzando il poveretto che la sera se ne tornava al suo orfanotrofio più triste di prima. Noi non vogliamo gli orfani invitati, dobbiamo usare gli strumenti politici perché non ci siano degli esclusi. Solo così la speranza è piena. Altrimenti essa è consolatoria, come lo è in molti giovani che creano meeting, incontri fra di loro ai margini della piramide e col permesso della piramide. La quale pur di sopravvivere è disposta a concedere spazi gratuiti ai suoi margini perché chi vuol vivere in festosa comunità lo faccia. Non possiamo consegnare questo tesoro della speranza che è in noi, al sistema perchè se ne faccia bello. Solo quando essa passa il punto critico della soggettività e diventa progetto oggettivo, solo allora ha le dimensioni profetiche del Vangelo.

 

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol 3

 

 

 

 

 

 

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