13 Marzo 2016 – 5^ DOMENICA DI QUARESIMA – Anno C

13 Marzo 2016 – 5^ DOMENICA DI QUARESIMA – Anno C

13 Marzo 2016 – 5^ DOMENICA DI QUARESIMA – Anno C

 

Chiunque ama il prossimo, non importa se poi questo si traduce in forme politiche e ideologiche diverse, se davvero ama non potrà che soffrire nella solitudine.

 

PRIMA LETTURA: Is 43,16-21- SALMO: 125- SECONDA LETTURA: Fil 3,8-14- VANGELO:: Gv 8,1-11

 

Il racconto che abbiamo ascoltato, spero con profonda partecipazione per le prime generazioni dei cristiani fu l’unica verità da annunciare, l’unica memoria da celebrare. Solo successivamente per la necessità di un confronto con le diverse culture, con le diverse religioni, attorno a questo messaggio si sono costruite altre cose: liturgie, teologie… Però, mentre tutto si corrompe, anche le teologie, anche le liturgie, anche le abitudini, anche i templi, questo racconto rimane come nocciolo su cui nulla può passere del tempo, come la verità alla quale possono accostarsi – come avvenne quel giorno – circoncisi e incirconcisi, con una comune capacità di raccoglierla. Bisogna cominciare da qui. Non a caso Gesù chiama se stesso figlio dell’uomo. Nel momento in cui entra nel buio della passione, ogni altro appellativo è eccessivo. Noi tutti riconosciamo in questo «figlio dell’uomo» la manifestazione di ciò che nell’uomo c’è di più profondo e di più misterioso. Questa è la prima parola che dobbiamo dirci. Quel che ci lascia sbigottiti, ogni qualvolta si segue lo sviluppo di questa narrazione, è la solitudine assoluta in cui entra quest’uomo il cui crimine unico era di aver fatto dell’amore il senso della sua vita. Così fu, così è e così sarà. È certo che chiunque fa dell’amore il senso della vita morirà crocifisso. Questa è la vera filosofia. I primi cristiani che avevano a che fare con filosofie molto evolute – quelle dell’antico mondo greco/romano – chiamavano la loro fede «vera filosofia». Forse sbagliavano, perché non di filosofia si tratta, ma se intendiamo per filosofia una risposta che faccia luce sui problemi di fondo, quelli radicali, di fronte a cui la ragione si trova inadeguata, certamente questa è la vera filosofia. Come disse un grande cristiano (che era anche un grande scienziato e un grande filosofo), ci sono tre dimensioni nell’esistenza. La prima egli la chiamava delle «grandezze fisiche»: su questo piano noi non abbiamo niente da imparare dal Vangelo. La scienza che studia il mondo della quantità ci ha detto cose straordinarie, anche riguardo all’uomo. Il Vangelo appartiene ad una cultura troppo antica perché abbia qualcosa da dirci. C’è poi la dimensione delle «grandezze spirituali», razionali. Qui la filosofia ci può bastare: il pensiero umano ha indagato profondamente il significato dell’uomo per quanto riguarda il suo rapporto con se stesso e col mondo fisico e col mondo sociale. La filosofia, pur nella sua mutevolezza, è la forma umana del sapere. C’è poi la terza dimensione, che Pascal chiama «della carità» e che noi possiamo chiamare «soprannaturale», che non conosciamo né con la scienza né con la ragione ed è quella dimensione in cui tutti ci ritroviamo accomunati, senza che nessuna parola possa arrivare a dare un senso a ciò che viviamo. Ad uno che è sul letto malato e moribondo non potete leggere nessun testo di filosofia e nessuna spiegazione scientifica di quello che sta avvenendo, Così, appena si esce fuori dall’area del dicibile, del conoscibile, del comune, si tocca l’ombra della solitudine e si entra nell’itinerario della passione. La morte di Gesù è la morte del figlio dell’uomo, esemplare per tutti coloro che amano l’uomo. Chiunque ama il prossimo, non importa se poi questo si traduce in forme politiche e ideologiche diverse, se davvero ama non potrà che soffrire nella solitudine. Questo è il dramma, il mistero della storia. Gesù fu perseguitato dal potere politico e religioso ugualmente preoccupati di un uomo del genere, che aveva chiamato beati i poveri, i perseguitati, i pacifici… aveva esaltato quella forma di umanità su cui il potere non ha presa, anzi da cui ogni potere si sente sempre minacciato. È stato giusto che Caifa e Pilato condannassero Gesù che rappresentava l’alternativa temibile ad ogni potere dell’uomo. Ma egli è stato abbandonato anche da quelli che volevano cambiare l’ordine politico. I due ladroni rappresentano la grande schiera di coloro che volevano, con le armi, col terrorismo, cambiare l’ordine esistente, il mondo dominato dall’invasore romano, volevano ridare libertà al popolo con la violenza. Egli si trovò lontano da loro. Fu abbandonato anche dagli amici, da coloro che avevano accettato la sua parola; non solo da Giuda, ma anche da Pietro che disse: «non lo conosco quest’uomo!». Nella passione c’è una specie di progressione, un crescendo, fino a che nella croce si ha l’ultima solitudine: «Dio mio perché mi hai abbandonato?». Anche Dio lo abbandona. Questa è l’esperienza di Gesù di Nazareth: la totale solitudine dovuta al suo totale amore. Ognuno di noi ha un suo sillabario, una sua esperienza, un suo angolo di collocazione che gli permette di accostarsi a questo mistero che certamente un messaggio per tutti noi. Poi verrà il momento della speranza…

 

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace”.

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