14 Dicembre 2025 – 3ª Domenica di Avvento
Prima Lettura: Dal libro del profeta Isaia — Is 35, 1-6. 8.10
Salmo 145
Seconda Lettura: Dalla lettera di San Giacomo — Gc 5, 7-10
Vangelo: Dal Vangelo secondo Matteo — Mt 11, 2-11
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Il messaggio odierno potremmo esprimerlo con le parole suggestive di Isaia: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti».
È un messaggio di incoraggiamento che nelle parole della lettera di Giacomo si esprime con un duplice riferimento: alla pazienza con cui l’agricoltore aspetta il frutto, sapendo che prima devono arrivare le piogge di autunno e quelle di primavera, e alla pazienza dei profeti che parlano nel nome del Signore.
Anche noi abbiamo bisogno di un messaggio di conforto, di rinfrancamento.
Nella situazione in cui ci troviamo sono molte le ragioni che costringono le nostre speranze di ieri a ripensarsi e forse a dissolversi.
Sul piano della politica internazionale molti punti di appoggio che erano stati creati con tanto fervore da qualche decennio si sono rivelati fragili, subordinati alla legge di sempre: la lotta di tutti contro tutti.
Le aspettative di pace nel Medio Oriente hanno in questi giorni dei paradossali epiloghi che minacciano conclusioni tragiche.
Non che il messaggio del Vangelo debba riferirsi in modo piatto e immediato a questioni del genere, per la nostra esistenza di uomini in cammino costruisce i propri ritmi anche, vorrei dire soprattutto, su queste ragioni di carattere collettivo.
Ci domandiamo, allora, che senso può avere questo messaggio in un momento come questo, tenendo sempre presente che il rinfrancamento, l’incoraggiamento non può essere ottenuto attraverso forme di autosuggestione, di illusione intensiva ed endemica, che sarebbe soltanto la preparazione per una successiva e irrimediabile disperazione.
La figura emblematica del Battista, che è colui che annuncia la fine, serve a ricordarci che le speranze solide, quelle che non temono il confronto con i fatti, sono quelle che nascono dopo la disperazione, cioè dopo che abbiamo reso totalmente conto alle indicazioni, anche se inesorabili e desolanti.
Le istanze con cui dobbiamo confrontarci sono quelle di questo mondo, del mondo di tutti.
Detto questo mi può servire, per trasferirvi il messaggio che intendo trarre dalla Scrittura di oggi, una distinzione filologica — ma con implicazioni molto ricche — tra il futuro e l’avvento; il «futurum» e l’«adventus».
Il futuro è la dimensione del domani contemplata sulla proiezione del presente.
È il futuro che ci viene descritto, sia pure con mano sempre più incerta, dagli esperti di sociologia, dai tecnologi, dai politologi. Essi non fanno che utilizzare gli elementi del presente per fare delle ipotesi sul tempo che viene.
Da questa parte possiamo attenderci ben poche consolazioni.
Se il futuro si realizza sulla spinta che governa il presente, esso è un futuro di consolidamento delle ingiustizie intollerabili o è un futuro di catastrofi.
C’è però un altro futuro: il sopravvenire di una qualità nuova del tempo, di un modo nuovo di esistere individuale e collettivo.
L’adventus indica non un prolungamento quantitativo del presente, ma un sopravvenire delle qualità attese, misurate su quelle speranze che il presente frustra, umilia, avvilisce e irride.
Questa qualità nuova è, nel linguaggio della Scrittura, qualificata come «regno di Dio».
È infatti questa qualità — che nella pienezza del suo adempimento è contemplabile solo nella fede e non certo dimostrabile con la ragione — il giorno di Dio.
Noi ridurremmo questo giorno di Dio a pura sostanza mitologica, e quindi alienante, se non lo vedessimo quasi precipitare come un ruscello che scende da un monte lontano dinanzi a noi fino a lambirci i piedi, fino ad invadere l’oggi che è il nostro oggi…
Gesù si presentò proprio come un demitizzatore, come uno che condanna la contemplazione di un futuro remoto, dicendo — ad esempio — «il Regno di Dio è fra di voi».
Solo che la qualità del Regno è tale che bisogna saperlo discernere, scoprire e realizzare.
Non possiamo mai essere solo spettatori del tempo nuovo, in quanto solo se ci impegniamo a realizzarlo lo vediamo ad occhi nudi; se invece siamo indifferenti non lo vediamo e non ci servirà la cultura dei sociologi a farcene percepire appena un barlume.
L’occhio profetico (in senso minuscolo, quotidiano, che può competere a noi senza scomodare i grandi profeti che non sono programmabili) è una dimensione dello spirito che è chiamata in causa proprio in questa evenienza dell’adventus, di questa irruzione della novità in cui dobbiamo riporre la nostra speranza.
Questa necessità di un avvento è tanto più forte quanto più vediamo — come accennavo prima — che la proiezione del presente sul futuro è catastrofica: o cambiamo o moriamo.
Quando questo sentimento si fa acuto, l’attenzione verso la possibile novità del regno dovrebbe diventare la nostra consegna quotidiana, il nostro modo di esistere.
Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 1, anno A