14 Giugno 2026 – 11ª Domenica del Tempo Ordinario
Prima Lettura
Dal libro dell’Esodo
Es 19, 2-6
Salmo 99
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 5, 6-11
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9, 36-10,8
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In questa faticosa, a volte drammatica, ricomposizione della coscienza cristiana, mi sembra debba avere sempre sommo rilievo il fatto che in quanto cristiani noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, la responsabilità messianica.
Non dunque il momento religioso ci distingue, ma il momento messianico.
E il momento messianico comporta due processi tra loro strettamente congiunti, che possiamo rilevare dalla stessa pagina della Scrittura.
Il popolo a cui Mosè trasmette il proclama di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquile: lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero. È un regno di sacerdoti; non è un regno con a capo i sacerdoti: è un regno di sacerdoti. È una nazione santa: non è una nazione affidata alla gestione di persone sante, è una nazione santa.
Tra questo popolo e Dio non ci sono intermediari; su questo popolo non ci sono autorità delegate da Dio. Questo popolo è il popolo di Dio: nella sua unità. Tutte le differenziazioni sono interne e funzionali a questa unità del popolo di Dio.
Allora, la prima caratteristica di questo popolo è l’eliminazione di tutti i poteri che presumono di mettersi al posto della coscienza del popolo e della coscienza di ciascun credente.
Lo stesso avviene quando Gesù, dando veramente universalità al popolo di Dio, chiama alcuni discepoli e li manda a liberare tutti gli infermi, tutti i malati di qualsiasi infermità.
È questo spettacolo di una turba che è stanca e sfinita, come pecore senza pastore, non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva perché, in realtà, quella turba non era senza pastore; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico così serio e severo come quello di Roma, c’era il potere religioso come quello del Sinedrio, c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… era un popolo ben reggimentato.
Perché Gesù nella Scrittura, dice che era un gregge senza pastore? Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come è stanca, e sfinisce dentro, la piramide dei poteri che è sulla testa nostra.
L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia: anzi, la stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida, ma la sua docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore.
È difficile vivere ogni giorno affilando le nostre decisioni sulla lama della coscienza: venisse qualcuno a dispensarci! Questo è il sogno più profondo dell’uomo: il non-esercizio della libertà.
Da “Gli ultimi tempi”, vol. 1, anno A