15 Agosto 2026, Assunzione di Maria

15 Agosto 2026, Assunzione di Maria

Letture: Ap: 11, 19; 12, 1-6.10; 1Cor: 15, 20-28;
Vangelo: Lc: 1, 39-56

 

Se ci avete fatto caso in tutti e tre gli scenari — quello dell’Apocalisse, quello di Paolo e quello di Luca — ci troviamo dinanzi, come in tre rappresentazioni diverse, al conflitto di fondo che governa la vita di ciascuno: il conflitto tra la vita e la morte.

Nel primo brano, che contiene alcune delle espressioni più enigmatiche dell’enigmatico libro dell’Apocalisse, abbiamo, da una parte, il drago, che è sicuramente la raffigurazione del potere nelle sue varie forme, e dall’altra il popolo di Dio, rappresentato come donna coronata di dodici stelle — le dodici tribù — che sta per partorire il Messia. In questo conflitto il drago si scatena e trascina sulla terra anche le stelle del cielo. La donna, il popolo di Dio, si rifugia nel deserto e il bambino viene rapito presso il trono di Dio.

Nel secondo brano abbiamo una scenografia della potenza della morte, che parte dal peccato di Adamo, investe in modo più generico i principati, le potestà e le potenze e trova il suo ultimo contrafforte proprio nella nostra morte fisica, l’ultima nemica che dovrà essere debellata. In contrapposto abbiamo il Gesù della Resurrezione che apre l’alternativa. Egli non avrà veramente realizzato il miracolo della Resurrezione se non quando tutti i poteri, compresa la morte, saranno debellati.

Queste scene grandiose, ma proprio per questo un po’ troppo lontane dalla nostra sensibilità, acquistano invece una dimensione più domestica e più esprimibile nell’incontro fra Maria ed Elisabetta, queste due madri «per miracolo» nel cui seno palpita la vita. Di fronte alle forze del male, il contrattacco è il sussulto della vita in due grembi materni. Sottolineo questo aspetto, per indicare subito una linea della nostra riflessione, che è la predilezione per gli aspetti qualitativi dell’esistenza di fronte all’immane logica del drago, che è sempre una logica quantitativa. È più potente un palpito di vita in un seno materno che tutti gli armamenti missilistici messi insieme, perché essi indicano soltanto la custodia del presente, di un presente che muore. Un palpito di vita è l’inizio del nuovo, è un cominciamento. In ogni bambino che nasce è come se la creazione ricominciasse dall’inizio.

Queste due madri sono poi testimoni e custodi di un mistero di salvezza il cui senso è espresso da Maria. Anche in Maria c’è la contrapposizione: da una parte c’è lei, la madre, col suo mistero di maternità e dall’altra ci sono i «superbi nei pensieri del loro cuore», ci sono i «potenti nei loro troni» e ci sono i «ricchi a mani piene». Questi sono gli avversari molto più prossimi a noi, il riferimento ai quali non ha bisogno di geniali esegesi, perché li abbiamo tutti sotto gli occhi.

Ricomposte in queste unità le cose, mi domando: che senso ha ora tutto questo per noi? Se dovessimo parlare del potere non avremmo più bisogno, come per secoli e millenni si è fatto, di afferrarci a dei simboli così grandiosi ma anche un po’ puerili come il drago dalle sette teste. Il potere per noi ha simboli molto più eloquenti. Già quest’anno il discorso del potere ha avuto uno sviluppo nuovo nell’ipotesi delle guerre stellari. Mi è venuto a mente perché in questo brano il drago trascina a terra un terzo delle stelle del cielo. Noi abbiamo ormai un potere che, utilizzando le risorse della tecnologia, sovrasta ogni possibile immaginazione. Quando noi, con piede timido, entriamo nei segreti della scienza tecnologica di morte ci ritiriamo come impauriti. In quel mondo — ed è bene che ce lo ricordiamo perché siamo nelle spire del drago — si inventa un linguaggio che ci rende di giorno in giorno quasi assimilabile la strategia di morte.

Il cinismo all’interno del mondo del potere — lo dico con sincerità — mi fa paura. Non è una paura primordiale, inerme, di persona — lo spero — che non riesce a ragionare. La paura nasce proprio lungo i sentieri della ragione: più si ragiona e più si ha paura. Questo potere di morte si estende fino ad occupare gli spazi dei santuari, delle istituzioni sacre dove ottiene consensi o silenzi: è davvero l’onnipotenza sulla terra.

Cosa possiamo fare contro questa potenza di morte che ci rende imbarazzati anche perché ci toglie perfino la facilità del linguaggio, dell’espressione? In altri tempi era più facile, forse perché si camminava sulla menzogna come su di un terrapieno, distinguere il bene dal male, le forze del male e le forze del bene, ma per noi non è così semplice. Le radici tortuose del consenso, su cui si fonda il potere, possono avere alimenti perfino dalla parte che si dichiara per la pace, per l’amore e la fraternità dei popoli.

In questo momento, in cui non è tanto il livello politico che mi interessa, quanto questo livello esistenziale, mi domando: cosa si può fare? Una risposta l’abbiamo già avuta. È una risposta che si serve di un linguaggio che è entrato nel nostro costume da qualche anno: dobbiamo essere dalla parte della vita.

È una risposta apparentemente generica. Proprio in questi giorni, a Città del Messico, c’è stata una grande assemblea internazionale sul problema demografico, che ha dovuto affrontare questo problema nel suo senso più immediato, nel senso biologico. Abbiamo già sentito il grande imbarazzo dei potenti che avrebbero metodi da suggerire ma un po’ troppo sbrigativi, metodi che risentono della loro fiducia nel potere, nell’economia di mercato, insomma sempre nella logica della quantità. Il problema della vita, anche a livello biologico (ma, come tante volte abbiamo avuto modo di dire, il livello spirituale e biologico sono separati per la nostra malizia, non oggettivamente), sta mettendo a soqquadro tutte le nostre previsioni. Anche in un dibattito apparentemente lontano dal discorso di fede, le questioni di fondo sono quelle che noi ora stiamo discutendo.

Qui Maria non è la regina dell’universo, è una madre emarginata, appartiene proprio — permettete — al mondo dei poveri, al Terzo Mondo; appartiene al mondo senza potere: non c’era posto per Lei nella città, dovette partorire fuori. Sono tutti fatti, sia pure simbolici, che ci indicano che l’alternativa di vita non passa nell’area dominata da Erode, da Caifa, dal Pretorio e dal Sinedrio, ma passa fuori. È un dato che oggi turba le nostre riflessioni sul futuro del mondo.

Sposare le cause della vita non significa essere, in maniera piatta e acritica, per la vita a tutti i costi e in tutte le misure, ma per la vita umana, degna dell’uomo, le cui ragioni non siano affidate al dollaro, al potere, ma ai diritti umani, alla responsabilità della coppia, al suo diritto-dovere di programmare per il futuro l’esistenza dei figli.

Un’altra riflessione viene evidente dall’inno del Magnificat. In questo inno sacro — fra gli inni sacri più conosciuti e cantati da secoli nella Chiesa — si nasconde una proposta che è davvero il ribaltamento dell’ordine esistente. Ma in quanti modi noi possiamo disinnescare la potenza della parola di Dio! Anche quello di passarvi sopra una patina filologica, rendendo arcaico questo inno cantato in latino, e poi una patina artistica e musicale, in modo tale che la gente canti queste parole grandi senza mai rendersene conto. E nessuno ha fatto nulla perché se ne rendesse conto.

Il segno verso cui dobbiamo tener fissi gli occhi, perché è un segno messianico, segno della vera nascita del figlio di Maria, cioè il segno dell’alternativa evangelica, è la dispersione dei superbi. È un segno che sempre viene e mai viene. Che venga, dipende anche da noi. Non possiamo tenere i bordi dell’abito dei superbi, auspicandoci poi che sia umiliata la loro superbia che invece domina incontrastata. I potenti stanno sui loro troni, che non sono più troni aurei, sono troni invisibili ma inattaccabili più di ieri. I ricchi hanno le mani piene. Questi dati di fatto sono illegittimi. Dire questo significa, quanto meno, dirsi: questo stato di cose è illegittimo, è contro la promessa di Dio.

Questo è il modo di entrare nel mistero che stiamo celebrando. Altrimenti noi rimaniamo catturati dal simbolo. Anche parlare di Assunzione è un alludere a qualcosa attraverso i simboli. Ma i simboli ci catturano con il loro aspetto straordinario, eccezionale, impossibile, e noi perdiamo il messaggio che invece dovevamo trarne.

E il messaggio è la vittoria della vita sulla morte, che presuppone tutto quello che abbiamo detto. Che Dio abbia anticipato, nei modi suoi, questa vittoria per darci un segno, un simbolo, è vero, ma questo non interessa se non diventa vita nostra, impegno, significato del nostro progetto privato e pubblico.

Ecco perché, uscendo dalle intenzioni probabili delle festività liturgiche, noi riprendiamo contatto con la parola di Dio su cui non si depositano gli strati di polvere dei secoli, e ritroviamo la forza, l’illuminazione e una indicazione di comportamento per il nostro tempo, perché riusciamo a credere nel profondo del cuore, per averlo vissuto nella minuzia della cronaca quotidiana, il grande miracolo della vittoria sulla morte, l’ultima nemica.

Ma sarà proprio vero che Dio abbatterà questa ultima nemica? Prima di risponderci dobbiamo aver assaporato la gioia della possibilità di vincere la morte nelle sue molte forme che ci assediano. Le forme di morte sono innumerevoli. Leggevo poco tempo fa, in un libro di un grande pensatore, che la morte noi ce la prepariamo attraverso il consolidarsi delle abitudini mentali. Attraverso il trionfo in noi dei meccanismi impersonali c’è come un venir meno dello slancio vitale, un adattarsi a morire.

Vorrei dire che vivere è l’opposto: non esser mai prigionieri delle abitudini, non esser mai dentro i meccanismi psicologici, mentali, concettuali del sistema in cui siamo, perché così facendo noi ci suicidiamo, ci prepariamo a morire con consenso interiore. È il peggio che ci possa capitare.

 

 

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