16 Agosto 2026, 20ª Domenica del Tempo Ordinario
Letture: Is: 56, 1.6-7; Rom: 11, 13-15.19-32;
Vangelo: Matteo: 15, 21-28
Anche se il tema del conflitto tra la nostra mentalità particolaristica, chiusa nelle strettoie delle ideologie — sacre o profane che siano — e l’universalità delle grandi promesse del Creatore ci è consueto, esso è sempre ricco, attuale, necessario.
Prima di fare alcune osservazioni che dimostrano ancora una volta questa universalità, forse non è male passare rapidamente in rassegna i tre brani per collocarli nel loro contesto storico e nel loro significato esegetico.
Quando gli Ebrei tornarono dal loro esilio e si raccolsero di nuovo attorno al tempio, fu grande il pericolo che, presi da questa spinta centripeta, essi perdessero le aperture profetiche del tempo della sofferenza e cedessero allo spirito nazionalistico. Senza insisterci, in qualche modo è giusto riflettere su cosa è avvenuto oggi in Israele, dopo che dalla diaspora gli Ebrei si sono raccolti in quella che chiamano la loro terra. Lo spirito etnico, che è una grande forza di unificazione, porta con sé il terribile pericolo di cui — almeno questa è la mia opinione — abbiamo visto il drammatico adempimento in questi ultimi anni.
Ritorniamo alla storia lontana. Nel popolo di Israele c’è la dialettica permanente fra l’apertura profetica e il senso della compattezza etnica, del nazionalismo, per usare un termine che fa parte del nostro vocabolario. Isaia qui ricorda che «saranno gli stranieri ad essere accolti nel monte santo» e quindi l’appartenenza al popolo ebraico non è per niente un titolo privilegiato. L’amore di Dio si volge a coloro che sono lontani. «Osservate il diritto e praticate la giustizia»: è la condizione per conoscere la rivelazione della giustizia di Dio.
Paolo, da ebreo convertito alla universalità della salvezza per opera del Cristo che usò quasi violenza nei suoi confronti, ricorda ai Gentili (rappresentati dalla cananea) che la misericordia di Dio è stata concessa ai pagani proprio perché il suo popolo l’ha rifiutata. Il peccato degli Ebrei è stato ragione storica di riconciliazione del mondo intero. Questo nella logica di Dio. Per cui la colpa di un uomo — pensiamo a Giuda — o di un popolo — pensiamo agli Ebrei — può diventare motivo di salvezza per tutti in quanto la risposta di Dio all’angustia, alla cattiveria umana non è dello stesso livello, è una sovrabbondanza di misericordia.
Questi stessi Ebrei saranno però anch’essi inseriti nella misericordia, quando Dio vorrà. Qui si ragiona, evidentemente, per categorie collettive, con tutta la pericolosità di questo linguaggio. Ma poiché qui il discorso è di misericordia e di benedizione, lo possiamo anche fare. Sappiamo che Paolo stesso, gli Apostoli erano ebrei: il loro popolo non fu tutto per il rifiuto. Ma una semplificazione sommaria la possiamo usare con questa finezza, senza gravarci sopra per non portare acqua all’antisemitismo, che è un pericolo continuamente serpeggiante. Mantenendosi ad un livello di ragionamento di fede, Paolo prevede che alla fine dei tempi ci sarà la riammissione del popolo di Israele, come tale, nel grande popolo di Dio nato dalla croce del Cristo.
Finalmente in Matteo abbiamo un episodio a dir poco sconcertante. Ci sono in questo brano parole di Gesù che noi non riusciamo facilmente ad immaginare sulla sua bocca. «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele», dice agli Apostoli. E alla donna dice: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». È una discriminazione che non sta bene in bocca a Gesù.
Dobbiamo ricordarci che questo brano appartiene a quel Vangelo di Matteo che fu scritto per le comunità di origine giudaica in cui era presente il vizio nazionalistico di cui dicevo prima, che soffocava o mirava a riassorbire la grande universalità del messaggio di Gesù. Paolo lottò proprio contro questo pericolo.
In questo brano Gesù, da una parte, usa gli argomenti che avrebbe usato un cristiano di origine giudaica — quello del primato del popolo di Israele anche in ordine alla salvezza — dall’altra, nell’affermare che la fede della cananea ha ottenuto quello che desiderava, enuncia il principio della nuova universalità. Quel che conta è la fede, e non la razza, non la cultura, non la circoncisione. Gesù mette in evidenza, non dico il primato, ma la sufficienza della fede.
Mi capitava poco fa di leggere, in un commento scritto da altri, che nei tempi antichi la Chiesa trovò difficoltà a superare i confini particolaristici in cui era imprigionata. Come se fosse un fatto di «tempi antichi» e non fosse un fatto dei tempi d’oggi! È proprio nei nostri tempi che noi dobbiamo soffrire la stessa sofferenza di Paolo.
Paolo dice qualcosa di provocatorio in questo brano: «Io sono testimone della salvezza per voi Gentili, nella speranza di suscitare gelosia in quelli del mio sangue», e cioè negli Ebrei della sua razza. Vorrei dire, se mi è possibile, che anch’io, ma non solo io!, sono ogni tanto preso dalla voglia di scandalizzare quelli della «nostra razza». Non è una volontà di protagonismo, è una necessità morale che ci prende dentro. Spero che sia così.
Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 1, anno A.