16 Giugno 2024, 11° Domenica T.O.

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Prima Lettura Dal libro del profeta Ezechiele Ez 17, 22-24
Salmo 91
Dalla seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, 2Cor 5, 6-10

Dal Vangelo secondo Marco Mc 4, 26-34

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Siamo in un tempo che si è soliti definire, da qualche decennio, tempo di
secolarizzazione, cioè un tempo in cui l’emergenza religiosa nella società si sta
logorando fino a scomparire. I simboli sacri perdono d’importanza, il
linguaggio si laicizza, la stessa consistenza politica delle istituzioni religiose si
sta eclissando. Qualcuno ha voluto parlare di un’epoca post-cristiana,
intendendo il cristianesimo come espressione religiosa complessiva della
società tradizionale. Questa società tradizionale, nonostante le sue
diversificazioni interne, però accettava di riconoscersi come cristiana.
Ricordiamo quel che disse un nostro grande filosofo non credente: « noi non
possiamo non dirci cristiani », nel senso che in Europa le norme morali e le
concezioni della vita, che la filosofia poi assume nelle sue sistemazioni

razionali, sono legate al grande evento cristiano. Noi — dico noi
come credenti — possiamo reagire a questo processo di eclissi del
cristianesimo in due modi: o deplorandolo, resistendogli, considerandolo
in sé, intrinsecamente, come distruttivo della fede cristiana, oppure
considerandolo come una nuova epoca, nella quale la fede deve vivere senza
appoggiarsi ai simboli religiosi che sembravano essenziali sua sopravvivenza
e alla sua espressione, senza e nella società attraverso strutture giuridiche e
sociali da considerarsi come sue. Mi pare che la scelta storica a cui dobbiamo
orientarci sia questa seconda: far viver la fede all’interno di una società
secolarizzata, anche se l’ipotesi della secolarizzazione progressiva è tutt’altro
che sicura. L’importante è non legare il futuro della fede alle perplessità delle
ipotesi storiche. La fede è autosufficiente, si pone come un progetto e una
previsione sul futuro ultimo a cui siamo incamminati. I nodi storici che
intercorrono tra il nostro presente e il giorno ultimo sono contingenti, relativi.
La fede deve sapersi inserire nella diversità dei tempi. Anche un tempo non
religioso è un tempo adatto per la fede. Perché? Ma perché la fede non postula
di necessità (come potremmo dire?) un corpo storico differenziato dal corpo
storico complessivo in cui gli uomini vivono.
Possiamo riferirci ad un noto pensiero di Pascal, che ci permette di chiarire le
cose. Secondo Pascal ci sono tre ordini di grandezze tra loro non
commensurabili: le grandezze fisiche, le grandezze spirituali e, egli dice, le
grandezze della carità. Le grandezze fisiche sono quelle che si esprimono
attraverso la potenza, la forza, la coazione. Non sono soltanto le grandezze
corporee. La grandezza di un paese è fondata sulla sua forza d’urto, sul suo
esercito, sulla sua produttività, sulla sua economia. Le grandezze spirituali
sono quelle dell’ordine razionale: quando noi parliamo di un grande scrittore,
di un grande filosofo, noi alludiamo a quella misura emergente di alcuni
personaggi che hanno lasciato e lasciano nella storia un patrimonio di valori
razionali. Le due grandezze sopra descritte sono incommensurabili. Può darsi
benissimo che un paese grande, ad esempio, secondo l’ordine fisico, sia
piccolo secondo l’ordine spirituale; viceversa, ci può essere un paese o una
città o un gruppo sociale che dal punto di vista della grandezza fisica sono
insignificanti e sono invece significantissimi dal punto di vista della grandezza
spirituale.

Da “Il mandorlo e il fuoco” vol.2 anno B

/ la_parola