16 Settembre 2018 – XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

16 Settembre 2018 – XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

16 Settembre 2018 – XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

 

La fede non è un oggetto di verità da insegnare col catechismo a memoria, è il rapporto con questo nuovo baricentro della storia dell'umanità che non si definisce con concetti.

 

PRIMA LETTURA: Is 50, 5-9°- SALMO: 144- SECONDA LETTURA: Gc 2, 14-18- VANGELO: Mè 8,27-35

 

… Il nostro universalismo è di maniera. Noi dovremo presto trovare un varco che ci permetta di entrare nelle diversità che abitano la terra, con rispetto, cioè riconoscendo negli altri (quando dico altri la parola perde la sua tradizionale genericità, dietro ci vedete tutti: gli Albanesi, i Croati, i Neri, gli Arabi) la mia stessa dignità in modo concreto, nelle opere, per trasferire in questo discorso le parole di Giacomo. Questo è il compito nostro di domani ed è – lo ammetterete – tragico a livello umano, al di là delle implicazioni politiche ed economiche immense. Ecco perché spesso mi interrogo come si fa, al di là delle soluzioni di maniera che sono insopportabili. Ormai non c'è più permessa la sacra ipocrisia del passato, era una ipocrisia innocente. Noi non l'abbiamo più quella innocenza, l'abbiamo perduta per sempre. Non potremo più fare quello che fecero i grandi fondatori delle cosiddette democrazie occidentali che firmarono dichiarazioni di uguaglianza avendo, strutturalmente, la schiavitù e il dominio degli altri. Di qui la nostra inquietudine nobile perché là dove non si realizza la pienezza umana per lo meno si realizza la coscienza di questo non adempimento. Questo ci restituisce una qualche dignità. Noi siamo in questa situazione e di anno in anno, di mese in mese dovremo affrontarlo questo discorso. Ma tutto questo come entra nel contesto delle letture odierne? C'entra, perché il Messia, che è Gesù, può essere pensato secondo gli uomini o secondo il Dio di Gesù Cristo: noi non conosciamo – lo ha detto Lui – altra via per andare al Padre se non la sua. Le altre vie sono pericolose, non raccomandabili in quanto portano a pensare ad un dio secondo gli uomini e cioè solo per porre alla visione del mondo di ciascun gruppo umano il sigillo di onnipotenza e di verità. Quella della realtà di Dio non è mai di quelle verità da accettare come oggetti della mente, come proclamazioni ufficiali di una società o di una istituzione: la verità è una persona e una persona non si conosce come concetto ma in uno scambio. Anche al nostro livello, solo attraverso uno scambio di reciprocità si conosce la persona. E così Dio: Egli non è un oggetto di dimostrazione; attraverso il Cristo, Egli mi si apre come una interiorità infinita che attende da me un'analoga apertura. Questo è il mistero della fede. Il Messia era atteso ma secondo una immagine carnale. È veramente significativo che nel Vecchio Testamento, dove per altro l'immagine di Dio secondo l'uomo è così pesante, ci sia questa identità del Messia come «servus patiens» che non sottrae la sua faccia agli insulti e agli sputi. Questo Messia realizza le promesse del Padre attraverso la sconfitta. È una sconfitta, non dimentichiamolo, che non si realizza a livello di una competizione in cui le due parti usano gli stessi concetti, gli stessi obiettivi, ma una sconfitta vissuta nella non violenza, nella condizione di assoluta remissione allo scatenamento della violenza: questa alterità del Messia è un mistero della fede. Non è che siamo arrivati a capirlo. La fede non è un oggetto di verità da insegnare col catechismo a memoria, è il rapporto con questo nuovo baricentro della storia dell'umanità che non si definisce con concetti. Infatti fa parte della memoria cristiana essenziale l'affermazione che si definisce con la croce, cioè con un evento, non con un concetto, e quell'evento è più denso di tutti i Vangeli messi insieme e di tutte le Lettere di San Paolo messe insieme. Infatti, gli uomini, anche gli scrittori sacri, hanno letto quell' evento secondo la misura possibile ma quell'evento trascende anche la parola scritta. Noi non siamo figli di un libro – che sarebbero i Vangeli – siamo figli della crocifissione e della resurrezione, che sono due facce di uno stesso evento. È importante tenerlo presente. Qui abbiamo il Messia che è annientato, è un verme, non è un uomo. Egli si manifesta nella negazione. Gesù, nella sua passione, entra in questa forma profetica del Messia: è Lui che sarà schiaffeggiato, coperto di sputi e crocifisso. Risorgerà, ma questo e Il momento ulteriore. Restiamo al Messia come «servus patiens». Allora io mi dico: intanto, a livello della fède cristiana, non dimentichiamoci mai che questo è il punto di confronto. Pensate, ad esempio, alle fastidiose e sterili dispute fra le chiese cattolica, protestante, ortodossa, per realizzare l'ecumenismo. O si rimisurano qui o l'ecumenismo sarà come la Comunità Europea! Si mettono d'accordo, ma non è ancora la conversione. Occorrerebbe che ciascuna di esse si pentisse davanti a Dio di aver vissuto la fede nel Messia secondo i modi della potenza, con una mentalità secondo gli uomini, secondo il pensiero germanico, secondo il pensiero greco/romano, secondo il pensiero slavo. Noi abbiamo subordinato la fede nella crocifissione alle nostre culture. Liberiamocene misurando ci con la negazione di tutto questo, trascendendo tutto questo. Questo è l'iter della fede, ma questo vale anche per noi che siamo stati catechizzati a una fede fatta di pratiche, di formule, di credi, di professioni, tutte cose che si fanno anche con le baionette in mano! Si dice il Credo anche prima della battaglia! ma allora Gesù dice: «Va' indietro Satana!» …

 

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 2

 

 

 

 

 

 

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