18 Dicembre 2016 – IV DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

18 Dicembre 2016 – IV DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

18 Dicembre 2016 – IV DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

 

Noi abbiamo il dovere urgente di rispondere alle attese del cuore umano, oggi. È inutile dica che queste sono le attese. Se poi si deve seguire invece il bisogno del rifugio, siccome si fanno incerte le prospettive del futuro, allora ritorniamo nel seno materno del passato e ritorniamo alle pratiche religiose di un tempo.

 

PRIMA LETTURA:  Is 7, 10-14-SALMO: 23-SECONDA LETTURA:  Rm 1, 1-7-VANGELO:   Mt 1, 18-24

 

… Qual è il senso della profezia natalizia, o della profezia tout court? Il senso è che ci sia «la pace fino agli estremi confini”. Nella Bibbia questa pace non è solo il disarmo, l’assenza di armi – cosa meravigliosa – , è la pienezza di vita, è il pieno intreccio tra le creature che si scambiano il dono dell’esistere. Mentre, secondo la profonda visione dell’antico filosofo greco, le cose che vivono sono in lotta con le altre per espiare il fatto di essere nate, come se il nascere fosse la separazione da una pace anteriore – e questo senso della nascita come colpa accompagna le culture non illuminate da questo annuncio –, qui si ribaltano le cose, dobbiamo dire che nella pace le creature si scambiano la gioia di esserci, e quando dico le creature dico, ponendo la mia parola sotto l’occhio del Creatore, gli uomini, gli animali, le piante, i fiori… Del resto nel Natale noi cerchiamo, con la piattezza che è il nostro limite, magari con presepi (gli angeli, le pecorelle, i pastori), di esprimere questo segno. Ebbene, questo segno coincide con la promessa. Se voi tenete insieme questi tre elementi avete lo spazio dell’etica del Natale, che è uno spazio religioso sì e no. Nel senso convenzionale il religioso prevede che tutti gli elementi della nostra rappresentazione rientrino nel quadro sacro, Qui non c’è un quadro sacro. Il nostro compito è quello di una progressiva umanizzazione del Cristianesimo. Non nel senso riduttivo ma come approfondimento del suo senso, al di fuori di epoche storiche in cui questa fede è stata espressa in altri modi. Non vogliamo, certo, qui fare opera da iconoclasti sul passato. Noi abbiamo il dovere urgente di rispondere alle attese del cuore umano, oggi. È inutile dica che queste sono le attese. Se poi si deve seguire invece il bisogno del rifugio, siccome si fanno incerte le prospettive del futuro, allora ritorniamo nel seno materno del passato e ritorniamo alle pratiche religiose di un tempo. Questa corsa all’indietro c’è, ma essa, sotto sotto, è un frutto della paura dell’esistere. Noi non dobbiamo però aver paura perché alle nostre origini c’è l’esultanza del frutto del seno, c’è una vita gioiosa di esserlo e da questo principio emerge l’onda che è l’amore per la vita, dando a queste parole – la cautela non è mai troppa al riguardo – quella densità e quella chiarezza che abbiamo cercato di far comprendere durante questa breve riflessione. È così che entriamo nel cuore del cuore del Natale. Le polemiche sui modi concreti di come il Natale viene vissuto sono scontate, non ci torno sopra. Dico solo, genericamente, che chi riflette su queste cose si trova poi a doverle vivere in un quadro di consuetudini in cui la profondità del mistero si riduce semplicemente allo scintillio di un supermarket, e così via. D’altra parte non c’è da scandalizzarsi, questo è l’uomo. Anche le nostre debolezze, le nostre piccolezze vanno viste con simpatia, sono i margini della nostra umanità. L’importante è che non perdiamo l’asse profondo a cui siamo stati convocati nella nostra riflessione di questa liturgia.

 

Ernesto Balducci – da: “Il tempo di Dio” – le ultime omelie, 1991

 

 

 

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