18 Ottobre 2020 – 29^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno A

18 Ottobre 2020 – 29^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno A

18 Ottobre 2020 – 29^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno A

 

Non ha senso dividere gli uomini della politica fra uomini di Dio e uomini senza Dio, perché l’attività politica si qualifica in rapporto ai concetti di liberazione e di pace che essa mette in atto.

 

PRIMA LETTURA:  Is 45,1.4-6- SALMO: 95- SECONDA LETTURA:  1 Ts 1,1-5b VANGELO:  Mt 22,15-21

 

Nel tempo che viviamo esiste il pericolo di un prepotere di Cesare inteso come assolutizzazione del momento politico sulla coscienza. Il fatto positivo del Vangelo è che esso non offre un progetto di vita politica, nonostante tutti i tentativi di fare del Vangelo un insieme di premesse da cui dedurre via via sistemi politici cristiani, tentazione, come sappiamo, tutt'altro che finita, sempre risorgente. Quando Gesù rimanda i suoi interroganti dicendo che bisogna pagare il tributo a Cesare, vuol riconoscere che esiste un ambito del provvisorio, del quale l'uomo è responsabile. Le situazioni storiche son così diverse nello spazio e nel tempo, che non è possibile che vi sia una risposta univoca permanente: stabilire le leggi economiche e stabilire gli ordinamenti giuridici è compito dell'uomo in quanto essere storico. Non dunque in quanto tocca, dal profondo di se stesso, i limiti del tempo e si apre agli interrogativi drammatici della superiorità dell'uomo su tutti gli ordinamenti terreni, ma in quanto è artefice e responsabile degli ordinamenti terreni. Ecco la laicità totale della politica. È una laicità che non si pone come termine di raffronto con l'altro potere che è di Dio ma che investe l'uomo in tutta la sua esistenza terrena. Non c'è la società di Dio sulla terra: c'è la società dell'uomo. E questa è la forza costante della parola evangelica, la sua novità assoluta nei confronti di qualsiasi altra posizione religiosa. Perché l'aver dichiarato l'autonomia dell'uomo all'interno delle scelte politiche ha significato una non squalificazione dell'esistenza politica, tentazione sempre ritornante delle coscienze religiose, non maturate nel Vangelo, abbandonate alla spontaneità degli impulsi interiori che mirano a squalificare il senso e l’opera terrena dell’uomo. L’opera terrena è opera importante. È in essa che noi decidiamo anche del nostro destino eterno. […] Non ha senso dividere gli uomini della politica fra uomini di Dio e uomini senza Dio, perché l’attività politica si qualifica in rapporto ai concetti di liberazione e di pace che essa mette in atto. Anche la politica è di Dio, in quanto essa ha come suo fine intrinseco, naturale, l'uomo, il bene comune del genere umano. Nessuno si sottrae al potere di Dio, nemmeno Ciro, nemmeno i capi di Stato, nemmeno i parlamenti, nemmeno il cittadino sovrano. Tutto è di Dio perché Dio nella nostra fede non si pone come alternativa all'uomo. Egli ha stabilito come tabernacolo della sua gloria l'uomo vivente. E per sapere se un uomo vivente è il Messia di Dio, non devo vedere se porta le insegne cristiane, la croce sulla corona, se paga le decime, devo vedere se aiuta l'uomo, se libera l'uomo, se la sua attività promuove la crescita dell'uomo e soprattutto la liberazione dei deboli e degli oppressi. Questo è il segno di Dio nella realtà politica, il luogo fisico di identità del valore messianico, e quindi cristianamente positivo, dell'agire politico. E per quanto riguarda il potere di Dio –  ma la parola « potere» qui è impropria – esso investe le decisioni della libertà, della coscienza. Il luogo in cui l'uomo è immagine di Dio è la coscienza, o la sua capacità di pronunciarsi in modo autonomo davanti alle scelte fondamentali della vita e dinanzi alle proposte fondamentali della storia in cui è immerso. La coscienza è il luogo in cui noi ci riconosciamo come immagine di Dio. Ivi non può nulla il potere politico. Dinanzi al principio della fedeltà dell'uomo alla propria coscienza ogni legge perde dignità morale quando diventa coattiva. Nella dottrina tradizionale, l'aver fatto del potere pubblico un criterio di mediazione della volontà di Dio, per cui il cristiano devoto aveva l'obbligo di obbedire alle autorità con la presunzione che essa ha sempre ragione perché ne sa di più, perché capisce meglio anche quando dichiara una guerra, l'aver fatto questo ha significato aver cancellato nell'uomo la dignità di Dio e la dignità umana. Nella nostra memoria non può più dissolversi ciò che è avvenuto nell'ultima terribile guerra dove i poteri ecclesiastici non ci hanno aiutato a capire che si trattava di una guerra contraria (come ogni guerra, per altro) a ogni possibile legittimazione della coscienza morale. Chi ha parlato, chi ha gridato per difendere il potere di Dio sull'uomo? Sono pochi i martiri che hanno reso onore a questa qualità divina della coscienza. Per lo più la religione è servita a legittimare un’obbedienza intrinsecamente perversa. Ecco perché noi dobbiamo richiamare con forza il primato della coscienza che è un modo per parlare umanamente del potere di Dio…

 

Ernesto Balducci- da: “”Il mandorlo e il fuoco” – vol. 1

 

 

 

 

 

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