19 Gennaio 2014 – 2^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – anno A

19 Gennaio 2014 – 2^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – anno A

19 Gennaio 2014 – 2^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – anno A

 

Il nuovo è una obiettivazione della speranza. Ma il nuovo che abbiamo creato fino ad oggi ci delude.

 

 PRIMA LETTURA: Is 49, 3. 5-6- SALMO: 39- SECONDA LETTURA: 1 Cor 1, 1-3- VANGELO: Gv 1, 29-34

 

…Ci sono, nel cammino storico dell'umanità, delle situazioni, che io vorrei chiamare situazioni sul crinale, nelle quali, mentre il passato che ci ha formati e ci ha trasmesso il patrimonio dei suoi valori si trova come alla sua ultima sponda, non è in grado di affrontare il futuro, il futuro è così nuovo, così caotico, così multiforme nelle sue possibilità che non riesce ad entrare nelle linee programmatiche della coscienza privata e pubblica. Una situazione di crinale in cui il vecchio muore e il nuovo non c'è e noi ci troviamo con la speranza, la forza dinamica del nostro vivere storico, restituita al nostro seno. Per ripetere le parole di Giobbe: la speranza ci ritorna in petto; non ha, come la colomba dell'arca, dove posarsi. Queste situazioni noi le ritroviamo, dietro il velo sacro della parola di Dio, nelle condizioni storiche in cui essa ha trovato i suoi momenti di rivelazione. Il profeta Isaia aveva annunciato che Ciro, il grande imperatore, era strumento di Dio, addirittura era il `messia di Dio', perché aveva ricomposto 1'Unità del popolo d'Israele disperso in esilio e lo avrebbe ricondotto nella sua terra. Questa era la speranza, in quel momento. Il popolo di Israele tornò nella sua terra, si riorganizzò, ma quello che venne era così impari nei confronti della speranza annunciata dal profeta, che il profeta sente il bisogno di allargare il suo orizzonte, di liberare la profezia dalle strettoie di una condizione storica deludente. Israele non basta più e 1'orizzonte diventa 1'estremità della terra: «io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra». La delusione storica spinge la speranza a prendere un volo più largo. La profezia scandisce, lungo la traiettoria della storia pre cristiana, i suoi momenti allargando gli orizzonti fino all'universalismo più assoluto. E cosi Giovanni il Battista è come il grande prodotto, l’ultimo prodotto della tradizione ascetica, morale di Israele. Però egli è come sulla soglia di una novità a su quella soglia appare «l'uomo sconosciuto» sul quale si posa lo Spirito Santo. La speranza cristiana nasce nel momento della delusione apocalittica delle speranze storiche di Israele. Sono due situazioni di crinale in cui la reazione non è stata di ripiegamento disperato ma di allargamento della speranza. La speranza è il principio da cui tutto nasce nella storia dell'uomo. Ciò che 1'uomo realizza è troppo difforme, troppo minuscolo nei confronti dell'arco della sua speranza. Le nostre creazioni a livello legislativo, culturale, tecnico non sono che modi di dar riscontro concreto alla speranza che ci spinge e che fa di noi non già una specie chiusa circolarmente nella ripetizione di sé stessa, ma una specie che trova il suo senso nella creazione del nuovo. Il nuovo è una obiettivazione della speranza. Ma il nuovo che abbiamo creato fino ad oggi ci delude. In queste condizioni la speranza può prendere due vie anormali, patologiche. L'una è quella di recalcitrare di fronte agli inviti che vengono da un tempo nuovo, prendendo la via verticale per consolarsi in Dio, in un mondo immaginario che non ha niente a che fare con quello reale. L'altra è quella dell'impazienza; non più rassegnata, la speranza usa la forza contro la realtà, ma usa una forza che è vecchia: la violenza. La violenza non è che 1'uso di mezzi arcaici, pre umani, per realizzare ciò che invece è, in voto, un mondo veramente umano… Anche la violenza ideologica noi dobbiamo leggerla nella sua radice, non per fare di ogni erba un fascio, cogliendovi il sintomo della degenerazione della speranza. […) Ritornando al nucleo del discorso, io penso che ci dobbiamo interrogare su come, in questa situazione di crinale, dobbiamo non solo salvare la speranza ma obbedire al suo dinamismo interno offrendole 1'orizzonte proprio del nostro tempo. Questo a il punto critico. Devo dire, quasi riecheggiando in maniera libera le parole di Giovanni il Battista, che mi viene non so se queste sono sintomo di presunzione di udire spesso parlare e di leggere di Gesù Cristo e riconoscere che quel Cristo io non so chi sia. Non mi interessa. È come un idolo di vecchi tempi in cui si è congelata la speranza di altre generazioni, non è Gesù secondo lo Spirito Santo, lo sconosciuto. In ogni tempo egli è lo sconosciuto, se è davvero secondo lo Spirito Santo, perché lo Spirito Santo riempie il passato e il futuro. In Lui può trovare chiarificazione la speranza che in me geme dinanzi ad un tempo cosi malvagio che rischia di soffocarla. Se parlo di Gesù devo parlare con spirito nuovo, cioè devo parlare di un Gesù che abbia 1'età della speranza che è in me e non della speranza che era dei miei padri. Avrei tante cose da dire sulla speranza dei miei padri; oggi, a distanza, mi accorgo come i miei padri nel nome di Gesù Cristo hanno compiuto crimini, hanno giustificato lo spirito di dominio. Ma non son qui a giudicare le speranze del miei padri, devo fare i conti con la mia. Con la mia speranza devo misurare la parola che mi viene da Gesù Cristo con questi tempi nuovi, che sono i tempi di crinale…

 

Ernesto Balducci- “Il Vangelo della pace"- vol 1 anno A

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