19 Ottobre 2025, 29° Domenica t.o.
Prima Lettura Dal libro dell’esodo Es 17, 8-13
Salmo 120
Seconda Lettura Dalla seconda lettera di San Paolo ap. a Timoteo 2Tim 3, 14-4,2
Dal Vangelo secondo Luca Lc 18, 1-8
Queste ultime parole: «Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?» suscitano in me una riflessione che vorrei facesse un po’ da cornice a ciò che intendo dirvi. Sono parole che lasciano il futuro del mondo in uno stato di sospensione che ci divezza dagli atteggiamenti trionfalistici secondo i quali nel futuro il bene trionferà, la fede nella parola di Dio si dilaterà in tutto il mondo fino che si faccia un solo ovile sotto un solo pastore! È un ottimismo di prospettiva che toglie alle nostre decisioni morali e alle nostre azioni quel senso acuto di responsabilità che invece devono avere.
Dovremmo demitizzare il discorso che nella nostra educazione tradizionale si è come concretizzato nelle due prospettive di inferno e paradiso: in un aldilà di cui l’alternativa tra il bene e il male diventa come una ripartizione cosmica tra buoni e cattivi. Dovremmo restituire l’alternativa inferno-paradiso — come del resto vuole la Scrittura — all’alternativa della nostra coscienza che ogni momento può determinare nell’universo l’inferno e cioè la carenza di ogni valore, la disumanità, la violenza, la solitudine, il vuoto di Dio o il paradiso e cioè la comunione eterna, pacifica, gioiosa. Se noi non recuperiamo a noi stessi queste prospettive ultime esse divengono una fonte di alienazione e un motivo costante di irresponsabilità morale.
È possibile che alla fine dei tempi non ci sia più fede in questo mondo. L’interrogativo di Gesù è in fondo un modo di riconsegnare agli uomini la loro responsabilità. Dio non garantisce nulla, non è affatto detto che egli vincerà nella nostra storia, all’interno del nostro tempo. Lasciando intatto il mistero delle Sue decisioni per quanto riguarda l’esistenza eterna dell’uomo, nel nostro tempo, che è lo spazio della nostra libertà e della nostra responsabilità, il gioco è aperto e tutto dipende da noi. Questa verità che noi dimentichiamo, perché ci pesa addosso, è il tema di fondo del discorso odierno.
La prima lettura ci presenta uno scenario per il quale è giusto che abbiamo ripugnanza: lo scenario di una battaglia. Non ci sono battaglie sante. Quando si ammazzano gli uomini, siamo nel male. Ma senza voler adesso pesare con questo giudizio l’episodio rievocato dall’Esodo, quel che conta è isolare il rapporto organico, vitale che c’è tra questo uomo — Mosè — con le mani alzate e le vicende della battaglia. C’è un legame così stretto — dice la pagina della Scrittura — che quando Mosè, stanco, abbassa le mani la battaglia va male, quando le alza la battaglia va bene. E Mosè stette con le mani alzate, ferme, fino al tramonto del sole.
Immagine carica di simboli, che bene si riferisce a ciò che stavo dicendo. Quel che conta — ecco che cosa è la preghiera intesa autenticamente — è di tenere le mani alzate fino al tramonto del sole, fino al tramonto della vita, fino al tramonto della storia. Alzate e aperte verso le dimensioni della speranza. La preghiera non è che una speranza che si apre alla totalità, che abbraccia tutto il possibile delle attese. Quando noi preghiamo e non sulla spinta della necessità immediata, per il piccolo bisogno per il quale vorremmo che Dio intervenisse, ma con una preghiera di oblazione, di dedizione totale, allora noi abbracciamo con lo sguardo dello spirito la totalità delle attese, scavalchiamo la morte, aboliamo l’inferno, aboliamo il male, non per dimenticarcelo ma per assumercene dentro di noi la responsabilità al cospetto di Dio.
Se teniamo le mani ferme, la lotta va bene, noi vinciamo, vince la nostra causa, vince la causa dell’uomo; se noi non teniamo le mani ferme, se cioè le ali della speranza si piegano su se stesse e fanno ombra su di noi e noi ci ritiriamo nel privato, magari religiosamente nel privato, e pensiamo ai fatti nostri, a salvarci l’anima e non guardiamo dal monte giù nella valle dove gli uomini lottano e soffrono, allora noi cadiamo nell’illusione, nella perversione della preghiera.
C’è quindi, al di là di tutte le definizioni convenzionali, anche rispettabili, uno specifico del pregare cristiano che è lo star fermi con l’occhio rivolto all’orizzonte ultimo dove hanno senso tutte le cose. Pregare vuol dire riprendere nelle dimensioni della totalità il significato dell’esistenza, individuale e collettiva. Altrimenti avviene che il dinamismo del nostro impegno non appena raggiunto un obiettivo provvisorio e parziale, si placa e diventa invece istinto di mantenimento della situazione: lo spirito di novità si trasforma in spirito di conservazione.
Da “Il Vangelo della Pace” vol 3, anno C