2 Gennaio 2022 – II DOMENICA DOPO NATALE – Anno C

2 Gennaio 2022 – II DOMENICA DOPO NATALE – Anno C

2 Gennaio 2022 – II DOMENICA DOPO NATALE – Anno C

 

PRIMA LETTURA:  Sir 24, 1-4. 8-12, neo-vulg. 24,1-4.12-16      SALMO: 147
SECONDA LETTURA: Ef 1, 3-6. 15-18

 

 

VANGELO: Gv 1,1-18

 

…La mia meditazione, oggi, rimane come problema aperto, non come conclusione pacificante. Ecco i termini del problema. Da una parte noi riconosciamo che in Gesù liberato da morte ci si è manifestato il Dio che nessuno ha mai visto. Mi permetto sottolineare questa forte espressione della Scrittura: «nessuno ha mai visto Dio ». Egli rimane uno sconosciuto. È forse perché noi abbiamo banalizzato l’insondabile mistero di Dio che ci troviamo in tanti pasticci. Abbiamo parlato di Dio in maniera così presuntuosa, così razionalistica, abbiamo fatto di Dio una chiave di giustificazione del mondo, e quando il mondo non è giustificabile – lo vediamo bene – Dio non serve più. Ci siamo serviti di Dio per proteggere gerarchie stabilite, ordini sociali infami, autorità arbitrarie e alla fine gli uomini umili si sono ribellati contro Dio e noi li abbiamo accusati di ateismo, ma in realtà essi hanno buttato via il nostro Dio, che non è l’insondabile Dio di cui si parla se non con spirito di fede e di umiltà. Il Dio di cui parla Gesù Cristo non è il Dio dei filosofi, il Dio del sistema, il Dio dei superiori che se ne servono per tenere buoni gli inferiori: è il Dio di Gesù di Nazareth; cioè è il Dio che si è rivelato proprio sovvertendo tutti gli ordini costituiti e  smascherandoli. Il Dio di cui parlo io lo conosco non nelle cinque vie di S. Tommaso (tributo culturale all’antichità più che spiegazione del Vangelo) ma nella Croce di Gesù Cristo in cui Dio si rivela come sconvolgente giudizio sul mondo stabilito. Il Dio di quest’Uomo condannato è il Dio che esige da noi, più che uno sforzo conoscitivo, una partecipazione vitale. Solo i crocefissi sanno chi è Dio, anche se non lo conoscono. Potremmo domandarci, per chiudere, come sia possibile cercare il senso dell’esistenza in un uomo di venti secoli fa. Non è contro natura voltarsi indietro per capire il futuro? Ripescare in una storia di venti secoli fa il momento assoluto? Nella rivelazione che noi professiamo c’è un momento decisivo: è quello dello Spirito Santo. Il Gesù in cui crediamo è il Gesù secondo lo Spirito. E lo Spirito riempie 1’universo e i tempi. In Gesù di Nazareth c’è una permanente contemporaneità all’uomo. Egli appartiene secondo la carne, a venti secoli fa, ma Egli appartiene, secondo l’intenzione di Dio, secondo il linguaggio permanente di Dio, al tempo di ogni uomo, per cui Egli è la risposta di Dio al mio problema. Quando i primi cristiani parlavano della sapienza eterna e del Logos, sapevano di che parlavano. Essi utilizzavano parole che erano innervate nella cultura del loro mondo, ma noi, quali parole useremo? È morto quel linguaggio perché abbiamo altri atteggiamenti. Negli uomini di cultura e nel semplici; nei movimenti collettivi della storia e nei crolli delle vecchie istituzioni che sembravano immortali, noi vediamo che c’è una ricerca dell’uomo. In questa ricerca che senso ha quest’Uomo che noi chiamiamo Gesù di Nazareth? Può ancora risponderci? E come dovremmo tradurre la nostra fede, pur rImanendo fedeli a ciò che ci è stato annunciato dopo la Resurrezione? Ecco, questo è l’interrogativo fondamentale. E dobbiamo subito direi, per chiudere: nulla di strano che una volta che noi abbiamo voltato le spalle a ciò che è già saputo, a ciò che è già sistemato, perché il nostro spirito non vi trova risposta, noi acquistiamo il terribile, doloroso diritto di balbettare, di reinventare il modo di parlare di Dio senza essere interiormente condizionati dalla paura delle scomuniche e dei terrori religiosi. Noi dobbiamo parlare di Gesù con un linguaggio nuovo che sia autentico, rispondente, dunque, all’annuncio che ce ne fecero gli apostoli e rispondente agli interrogativi che nascono da noi, e che ci pongono in un’ottica esistenziale profondamente diversa. L’asse dell’esistenza si è spostato, il riferimento religioso è rimasto spezzato: come potremo ancora parlare di Lui? Ecco l’interrogativo che ci poniamo. Un modo, quanto meno, di stimolare la nostra fede a non sedimentarsi nelle abitudini, di riprenderla in mano – per così dire con i suoi diritti di fondo. E il diritto della fede, non dimentichiamolo mai, essendo essa un atto supremo della libertà dell’uomo, l’atto più libero che possa concepirsi in una creatura, è di crearsi gli strumenti e le forme del proprio essere e del proprio esprimersi, pure all’interno della coralità della fede, della comunione della fede, di cui, certo, dovremo parlare. Ma senza questo momento forte, di scavo nella nostra condizione umana, la fede appartiene alle esperienze stanche destinate a morire nel succedersi delle generazioni. Noi siamo qui per dire l’opposto: che il nome del Signore è un nome che dura in eterno. Passeranno i cieli e la terra, le civiltà, le repubbliche, le monarchie e i socialismi ma il suo nome sarà permanente, la sua Parola non tramonterà. Questa è la fede, sconcertante, che noi esprimiamo. E dobbiamo non annebbiarci, non ubriacarci sotto l’enfasi delle affermazioni in cui spesso c’è più volontarismo che sincerità, ma scontare questa certezza nell’umiltà e nella verità della ricerca quotidiana.

 

Ernesto Balducci – da: “Il Mandorlo e il fuoco” – vol. 3

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