20 Luglio 2014 – 16^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO

20 Luglio 2014 – 16^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO

20 Luglio 2014 – 16^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Che mi importa sapere se uno è ateo o non è ateo? Chi sono io, io che, se ho fede davvero, so che quando parlo di Dio non so quel che dico? Potrò davvero ridurre il mio confronto con i non credenti ai livelli delle dottrine scritte sui libri, nelle enunciazioni concettuali?

 

PRIMA LETTURA: Sap 12, 13. 16-19- SALMO: 85- SECONDA LETTURA: Rm 8, 26-27- VANGELO: Mt 13, 24-43

 

…La pazienza di Dio si libra sulla storia degli uomini connettendo al suo disegno (che noi non conosciamo ma che è disegno di amore) anche quei momenti negativi che per me rimangono irrimediabilmente tali. Questo scandalo io non lo posso non vivere con tutta la mia umanità. La fede spesso crea una specie di contatto soffice con la realtà, allo scopo di eluderla, circoscriverla, senza mai entrarci dentro. La fede che è secondo lo Spirito ci butta invece dentro la realtà, ma non perché poi ne usciamo come ragionieri sapienti a render conto agli indotti che cosa Dio ha voluto. La sapienza di Dio si manifesta come pazienza che avvolge la storia. Questa pazienza di Dio, diventa, nell'uomo di fede, mitezza, la grande mitezza di cui il Signore ci ha dato testimonianza. Se io non so quale sia l'esito di una creatura ma so che Dio lo sa, allora io rimetto a Lui la presunzione del giudicare. Il mio giudizio non potrà essere che mite, perché, al di là di tutte le cose, so che la pazienza di Dio è una sola cosa con il suo amore. E può anche essere che nella gloria eterna io mi trovi di fronte al mio peggiore nemico pacificato con Lui. Il Dio che amo non è il Dio che fa giustizia secondo le mie pretese. La sua giustizia sorpassa il diritto e il torto e avvolge tutto in una conciliazione che ci porta oltre i nostri limiti di creature. Chi crede così non ha una bandiera per cui combattere, perché a livello della storia il luogo in cui Dio mi attende e mi interpella è l'uomo vivente. Il mio vero modo di onorare Dio è di combattere per l'uomo e di essere mite con l'uomo. Questa mitezza non è dunque ignavia né inerzia interiore, poiché è una mitezza dialettica, drammatica, che rinasce costantemente. Che mi importa sapere se uno è ateo o non è ateo? Chi sono io, io che, se ho fede davvero, so che quando parlo di Dio non so quel che dico? Potrò davvero ridurre il mio confronto con i non credenti ai livelli delle dottrine scritte sui libri, nelle enunciazioni concettuali? La negazione violenta dell'ateismo è molto consustanziale alla fede. Un certo ateismo che nasce in nome dell'uomo, è un contributo alla fede, perché una fede che sì sviluppa contro l'uomo è sicuramente l'opposto della fede. Come possiamo noi allora usurpare la potenza di Dio per metterla al servizio delle «legioni cristiane»? Se dovessimo davvero, per un momento, tentar di distinguere chi è zizzania o no, nel campo del mondo, non sapremmo che dire. Forse là dove si alzano i labari cristiani c'è molta zizzania e là dove si alzano i labari dell'ateismo c'è molto grano buono. Chi potrà decidere? E chi vorrà allora chiamarci a combattere? Contro chi? Ecco quali sono gli interrogativi che nascono dopo che la fede si è reimmersa nelle proprie origini, dove sono le sue vere misure.

 

Ernesto Balducci da "Il mandorlo e il fuoco" voi 1-anno A

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