21 Dicembre 2025 – 4ª Domenica di Avvento
Prima Lettura: Dal libro del profeta Isaia – Is 7, 10-14
Salmo 23
Seconda Lettura: Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani – Rm 1, 1-7
Vangelo: Dal Vangelo secondo Matteo – Mt 1, 18-24
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Ci sono nella nostra esperienza situazioni di imbarazzo, cioè di una contraddizione sperimentata dalla quale non si sa come uscire e dalla quale si esce solo discernendo i segni che ci obbligano ad andare al di là dei termini della contraddizione che ci imprigiona.
Eccone alcuni esempi tratti dai tre brani della Scrittura.
C’era una promessa alla casa di David: essa non avrebbe mai avuto tramonto. Ecco invece che il re Acaz è minacciato e la dinastia di David sta per essere abbattuta. Acaz, preso da superstizione religiosa, arriva fino a sacrificare un figlio agli idoli pur di ottenere che la dinastia rimanga. Tenta anche la via politica alleandosi con l’Assiria, un paese tradizionalmente nemico di Israele. Questo comportamento non ha nessun risultato.
Il profeta annuncia un segno di Dio: da una vergine nascerà un figlio che sarà l’Emmanuele: il Dio con noi. È la profezia sul Messia. La continuità della dinastia non sarà secondo la carne, ma sarà secondo la promessa. O meglio: il regno che comincerà con Gesù non sarà la continuità pura e semplice di quello della dinastia davidica, ma sarà un regno universale.
Solo passando da un attaccamento fisico, materiale e carnale alla promessa di Dio, ad una fede sulle sue possibilità nuove, sul suo dispiegarsi in orizzonti nuovi, c’è la salvezza.
Giuseppe ha preso Maria e si accorge che è incinta. Egli si rende conto di questo fatto inatteso ed è avvisato che quello che sta avvenendo in Maria è opera dello Spirito Santo. Giuseppe esce dal suo imbarazzo comprensibile e accetta con gioia questa nuova realtà: la fecondità di sua moglie per opera dello Spirito.
Più generalmente i primi cristiani erano eredi della parola del Signore che annunciava la salvezza di tutte le genti. Ma come è possibile la salvezza di tutte le genti senza passare attraverso la legge giudaica? Come è possibile che i pagani entrino nella promessa di Jahvé senza accettare la legge di Jahvé? Come si esce da questo imbarazzo?
La Chiesa primitiva fu lacerata da questa contraddizione e Paolo, con la sua testimonianza e con il suo insegnamento, offrì lo sbocco: l’obbedienza richiesta a tutte le genti non è l’obbedienza alla legge. Ogni nazione, quale che sia la sua tradizione e la sua cultura, senza rinnegare se stessa, entra nella salvezza con la fede e solo con la fede.
Ecco tre risposte a situazioni di blocco, di immobilità da cui, secondo ragione, non era possibile uscire. Il discorso sulla fede allora perde il suo carattere intimistico o metafisico e riacquista, come è nell’indole propria del discorso biblico, la sua dimensione storica.
Anche noi siamo in una situazione di drammatico imbarazzo. Mi viene a mente adesso che l’ideale che dà senso alla nostra storia e alla nostra militanza personale fu enunciato, in sede totalmente non religiosa, da quei capi di popolo che nel cuore dell’ultima guerra firmarono la cosiddetta «carta atlantica», in cui è scritto che, finita la guerra, le nazioni si sarebbero impegnate a non fare mai più uso della forza per dirimere i loro contrasti. La forza avrebbe dovuto essere bandita come strumento di giustizia.
Non è la parola di una profezia; è la parola di uomini politici abituati al realismo. Essi aggiungevano «e questo non per motivi spirituali, ma per ragioni di realismo».
Emersa nel buio più buio dell’ultimo conflitto, questa idea ha attraversato la nostra storia più recente. Ad essa molti di noi si rifanno come all’unica ragione che dà senso morale alla vita dei popoli e alla vita personale.
D’altra parte, il realismo viene addotto dagli stessi eredi politici di quegli uomini come ragione dell’uso della forza. Siamo ritornati, come per risucchio, ai tempi anteriori a quell’esperienza – che pure è di quattro anni anteriore all’esplosione della bomba atomica.
Il realismo dovrebbe oggi portarci a dichiarare che non è più possibile fare affidamento sulla forza, eppure noi vediamo che il discorso del realismo va tutto nel senso opposto.
Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 1, anno A