21 Giugno 2026 – 12ª Domenica del Tempo Ordinario

21 Giugno 2026 – 12ª Domenica del Tempo Ordinario

Prima Lettura
Dal libro del profeta Geremia
Ger 20, 10-16

Salmo 68

Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 5, 12-15

Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10, 26-33

 

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Uscir fuori dal conformismo non è cosa sempre encomiabile perché spesso si è fuori per modo di dire, solo perché si ha voglia di protestare, solo perché nella piatta realtà in cui viviamo non ci è fornito quello che noi vorremmo: c’è qualcuno più ricco e più potente di noi.

Noi protestiamo, ma per essere come quelli contro cui protestiamo. C’è una nevrotica opposizione che non porta nessun contributo, resta dentro lo stesso perimetro.

Dobbiamo guardare la realtà dall’altra parte, noi diciamo dalla parte di Dio.

C’è un linguaggio sacroreligioso che non abbiamo nessun diritto di scartare ma che a volte è utile scartare per far capire che non c’è una verità secondo Dio e una verità secondo l’uomo, una volta che l’uomo viva libero dalla schiavitù della verità ufficiale. Sono la stessa cosa.

Guardare la realtà dalla parte di Dio vuol dire non guardarla dalla parte del governo, probabilmente, dalla parte dei mass media, probabilmente, ma guardarla così come essa è.

Se vivete questa esperienza senza prevaricazioni, senza atteggiamenti patologici di ostinata incapacità di accogliere le regole del colloquio umano, vi accorgerete come davvero le cose si svolgono a due livelli.

Il livello segreto è il livello secondo Dio, secondo la verità effettuale delle cose e se lo scoprite, se il Signore ve lo dice, voi non potete più pensare come prima, avete motivo di dire sui tetti cose che non si devono dire sui tetti, che al più vanno sussurrate fra gli adepti di qualche cospirazione spirituale o mistica.

Qual è il criterio di questo comportamento?

Il profeta Geremia, figura eminente del Cristo perché per opporsi alla cultura del governo del suo popolo ebbe persecuzioni che rassomigliano a quelle della passione di Cristo, dice:

«Perfino gli amici mi spiano in attesa di farmi cadere».

La sua era una verità disfattista, diceva cose che se fossero state vere i potenti avrebbero dovuto cadere. Questo non era permesso.

Ma le sue parole si avverarono e il popolo fu trasferito nella schiavitù, Gerusalemme fu distrutta…

Vedere le cose da questa parte è, ad esempio, vedere quello che vide Gandhi quando venne la notizia dell’esplosione della bomba di Hiroshima.

Mahatma Gandhi disse:

«È finita per sempre la possibilità di far guerre»;

i realisti hanno detto:

«Non è vero, si può continuare. Facciamo bombe, minacciamo di usarle, senza usarle, in modo che le regole continuino come prima».

Questo è realismo.

E siamo andati avanti così e ora che tutti si accorgono che le bombe vanno distrutte, non si ravvedono, anzi dicono:

«Abbiamo avuto ragione!».

Non scorgono la verità occulta che nel frattempo questa costruzione ha creato un mondo di fame, che i poveri del mondo sono più poveri di ieri, che le risorse energetiche ed economiche sperperate in uno scopo inutile sono state sottratte al principio della solidarietà universale.

Insomma, i crimini non si vedono.

Ma di fronte ad un tribunale che l’occhio profetico riesce ad immaginare tutti dovrebbero essere messi sotto processo perché hanno sperperato il patrimonio dell’umanità, perché hanno aperto l’abisso fra i ricchi e i poveri.

Queste cose come si fa a dirle? Sono cose assolutamente impopolari, inopportune a meno che non vengano dette nei momenti debiti, una volta alla settimana, per poi subito richiudere la pagina e continuare il discorso come prima.

L’occhio profetico non si rassegna.

Noi continuiamo a guardare la verità dalla parte di coloro che ne traggono vantaggio, stiamo scrivendo una storia ad uso e consumo di coloro che ne traggono oggi i vantaggi.

Diciamo: il mondo è cambiato, non è più come prima, perché guardiamo il mondo nell’orizzonte che è il nostro.

Ma domandatelo ai tre-quarti dell’umanità che ha fame, oggi come ieri. Non è cambiato assolutamente niente, anzi va peggio di prima.

Da “Gli ultimi tempi”, vol. 1, anno A

/ la_parola