22 marzo 2026 – V Domenica di Quaresima

22 marzo 2026 – V Domenica di Quaresima

Prima Lettura
Dal libro del profeta Ezechiele
Ez 37, 12-14

Salmo 129

Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 8, 8-11

Vangelo secondo Giovanni
Gv 11,1-45

Il cuore del Vangelo di oggi è uno degli episodi più intensi del ministero di Gesù Cristo: la risurrezione di Lazzaro. Non è soltanto un miracolo spettacolare; è un segno che apre lo sguardo sulla promessa più grande della fede cristiana, la risurrezione. Ma il testo proposto invita a leggerla in modo molto concreto, quasi scomodo: la speranza della risurrezione non è un’idea da contemplare, bensì una responsabilità da vivere.

La risurrezione, infatti, abbraccia tutte le nostre speranze e le purifica. Ogni speranza umana ha due lati. Da una parte c’è il nostro interesse personale: desideriamo stare bene, salvarci, avere un futuro. Da qui nascono spesso passioni, rivalità e perfino aggressività. Dall’altra parte, però, c’è un orizzonte più grande: la speranza che tutti possano vivere, che ogni lacrima sia asciugata e che la giustizia raggiunga ogni uomo. Quando la speranza si apre a questa dimensione universale, diventa autentica e non più egoistica.

Per questo la fede nella risurrezione non può essere separata dalla solidarietà. Non basta affermare che un giorno risorgeremo: quella speranza diventa vera solo se oggi siamo capaci di commuoverci davanti alla sofferenza degli altri. Chi spera davvero nella risurrezione è sensibile alla fame, all’ingiustizia, alla violenza che colpiscono gli uomini. Senza questa partecipazione concreta al dolore del mondo, la speranza rischia di diventare una parola vuota.

Il Vangelo stesso lo mostra con forza. Prima di compiere il miracolo, Gesù piange davanti alla tomba dell’amico. La fede cristiana non cancella il dolore umano; lo attraversa. Il Cristo che annuncia «Io sono la risurrezione e la vita» è lo stesso che condivide le lacrime di chi soffre. La promessa della vita non allontana dalla realtà: spinge a stare dentro le sofferenze degli uomini con maggiore responsabilità.

In questo senso, parlare di pace, di giustizia, di fine della fame o delle guerre significa già parlare — in modo concreto — di risurrezione. Sono segni anticipati di quel mondo nuovo che la fede attende. La grande parola “risurrezione” non diventa propaganda spirituale né consolazione facile: resta custodita nella speranza e si rende credibile solo quando nasce da una vita solidale.

Così il Vangelo di oggi unisce due volti inseparabili di Cristo: quello che piange accanto agli uomini e quello che apre le tombe. Comprendere davvero questa unità significa lasciarsi restituire pienamente all’umano, camminando accanto alle sofferenze del mondo. Solo allora la promessa della risurrezione non è più retorica religiosa, ma una speranza vera e credibile.

Da “Il Vangelo della pace” vol 1, anno A

/ la_parola