26 Luglio 2026, 17a Domenica t.o.
Letture:
1Re: 3, 5.7-12
Romani: 8, 28-30
Matteo: 13, 44-52
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Uno degli aspetti più interessanti, più fecondi della crisi della intelligenza dell’uomo in questo momento, è nel riconoscimento che appunto l’intelligenza, che trova come suo campo di esplicazione un oggetto particolare, una linea di ricerca, dimenticandosi di tutto il resto, del contesto in cui ogni ricerca va collegata, è di per sé funesta.
Noi siamo qui a raccogliere gli effetti di uno sviluppo in cui ognuno, per così dire, ha cercato di comprendere e di utilizzare la realtà secondo un’ottica particolare. Chi costruisce una fabbrica mira a un certo profitto della produzione, non si domanda se la fabbrica contamina un fiume, se il fiume inquina un mare, se i pesci del mare muoiono, se gli alberi avranno gli effetti di piogge acide e così via. Comprendiamo che un’intelligenza settoriale che non si preoccupi di rimettere in discussione se stessa, misurandosi con tutti gli effetti di ciò che mira a produrre, è un’intelligenza funesta.
Potrei estendere questo criterio a molti altri campi della nostra applicazione dell’intelligenza. La nostra intelligenza diventa micidiale, lo diceva un grande filosofo dell’età moderna, se non è contenuta dalla ragione. La ragione è la conoscenza dell’universale, l’intelligenza è la conoscenza del particolare.
Con questo avvio vorrei semplicemente collegarmi a una tematica che è caratteristica di quella che si suole chiamare la nuova scienza, la scienza delle interconnessioni della realtà che non vanno mai perdute di vista, col rischio altrimenti che un approfondimento del conoscere diventi mortale per il resto.
Oggi noi, per rifarmi a un esempio più ufficiale, sappiamo come la scoperta della legge dell’atomo ha prodotto effetti funesti che non erano previsti: non solo quello della bomba atomica, strumento del potenziale suicidio del genere umano, ma anche quello delle centrali nucleari, strumenti di potenziale disastro ecologico. Vediamo che occorre una continua considerazione della totalità, perché lo sviluppo del particolare trovi i propri limiti, si autolimiti, si contenga per libera scelta e non per imposizione di un’autorità esterna. Senza questa autolimitazione, non c’è sapienza.
È un punto di partenza giusto per una riflessione su quella che, dal punto di vista della fede, chiamiamo la sapienza. Cos’è questa sapienza di cui ci viene parlato oggi con parabole? Possiamo prendere la semplice immagine dell’uomo che trova un tesoro in un campo, lo nasconde e compra il campo. Compra il campo perché sa che c’è il tesoro ed è pieno di gioia. Così si dica delle altre immagini. Esse mettono a fuoco quelle dimensioni della sapienza, che non va confusa con altre forme di conoscenza e di saggezza di comportamento.
La sapienza è la capacità di cogliere il tesoro nascosto. E noi possiamo sviluppare questo tema legandolo a un suo fondamento oggettivo, dicendo che alla fine il tesoro nascosto è il disegno di Dio, quello di cui ci parla Paolo: il Creatore ha tutto creato secondo un disegno, predestinando tutte le sue creature a un destino di gloria.
È questo il punto oggettivo di riferimento a cui la sapienza, in quanto espressione di fede, si rivolge, senza di che perdono il loro fondamento le nostre considerazioni, moralmente e razionalmente serie, di cui prima dicevo: la preoccupazione della totalità, di tener conto delle interconnessioni che legano la scienza fisica, la scienza ecologica, la scienza genetica e così via. Senza queste interconnessioni lo sviluppo particolare genera mostri e minaccia l’uomo, questo lo sappiamo. Però questo contesto ha bisogno di un ulteriore riferimento.
Ebbene questa totalità, questo sistema delicato di relazioni che la ragione umana, per conto suo, è in grado di scoprire con stupore, dove poggia? Che senso ha? Perché poi ogni problema vero è il problema del senso. Cos’è questa mirabile sfera di vita, collocata negli infiniti spazi? Questo pulviscolo nel vuoto, che senso ha? La mirabile geometria, dentro cui ci muoviamo di stupore in stupore, su che poggia? È come una goccia di rugiada che pende da una ragnatela, e se si spezza il filo, la goccia si annulla? Siamo dentro questo non senso globale? È possibile. Non ho argomenti per negarlo.
Però ho anche la forza di affermare che no, questa goccia di rugiada, piena di radiazioni luminose, non poggia su una ragnatela, è dentro un disegno. È il disegno del Padre. È questo il riferimento della fede, la quale, proprio perché fede, non ha bisogno di altri appoggi. Si appoggia a sé. Chi non la condivide, la considera un’illusione e non ho argomenti per negarlo, chi la condivide, sa che è una verità profonda. Così stiamo, con saggezza e sapienza, senza armarci gli uni contro gli altri, senza maledirci in nome di verità assolute.
La fede sapiente non è aggressiva, perché tutta la sua qualità è nel conoscere un tesoro nascosto. Qual è l’errore di una fede che diventa insipiente? È di confondere tutto con questo tesoro. Ad esempio, mentre io affermo che anche là dove noi organizziamo la vita collettiva, secondo saggezza politica, c’è un tesoro nascosto, e la fede ha qui il suo punto di riferimento, farei un errore se dicessi che allora solo la fede fa politica. Perché altra cosa è il campo, altra cosa è il tesoro nel campo.
Il tesoro nel campo è un tesoro nascosto, che non può essere conosciuto se non da chi lo ha visto, da chi lo constata attraverso le verifiche che non sono quelle degli agrimensori, dei geometri. Esso c’è, ma non si vede. La fede ha bisogno di salvare questa sua dimensione e non per riduzione di se stessa, ma per rispetto di se stessa.
Ma chi vuol fare l’economia cristiana, la politica cristiana, l’impero cristiano, in realtà usa di questa cognizione di fede per scopi impropri, quindi la fa degradare in ideologia, nel suo opposto. E non c’è niente di peggio di questa metamorfosi della fede nel suo opposto; perché — la storia ce lo dice, non solo quella antica, ma quella d’oggi — diventa funesta: la fede fanatica è una delle grandi piaghe del nostro tempo.
Una fede che ha rispetto del suo oggetto, del tesoro nascosto, non è fanatica, appunto perché per quanto riguarda poi il rapporto con la realtà molteplice, questa fede segue le regole di tutti, è una fede laica, vorrei dire, non trae, dall’oggetto del tesoro nascosto, criteri e misure, per tutto regolare anche all’interno del provvisorio e del relativo.
Da “Gli ultimi tempi” vol 1, anno A