27 Settembre 2026, 26° Domenica t.o.
Prima Lettura
Dal libro del profeta Ezechiele
Ez 18, 25-28
Salmo 23
Seconda Lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi
Fil 2, 1-11
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21, 28-32
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C’è un senso immediato, nelle parole che abbiamo or ora ascoltato, che è come la punta di una spada nella nostra coscienza: chi dice sì e fa no è molto più lontano dalla volontà di Dio di chi dice no e fa sì.
Ma forse per poter cogliere per intero il messaggio della Scrittura di oggi possiamo mettere in contatto questo brano del Vangelo con l’altro, così solenne (è infatti un inno liturgico) della lettera di Paolo ai Filippesi, in cui si parla di Gesù che pur essendo di natura divina si spogliò fino a farsi servo e a morire sulla croce in obbedienza al Padre.
La norma di comportamento che ci viene dal Vangelo e la norma costituente dell’intera economia di salvezza enunciata da Paolo, se collegate fra loro, ci aprono ad un discorso molto più impegnato e molto più provocatorio per la nostra coscienza.
Del resto noi abbiamo un bisogno insopprimibile di fare il discorso che stiamo per fare, dato che il tempo in cui viviamo è come un giudizio di Dio che si compie nel concreto del processo storico, dentro il quale tutto il cristianesimo delle parole, il cristianesimo delle dichiarazioni, il cristianesimo del magistero che enuncia dichiarazioni, il cristianesimo delle prese di posizioni a parole, il cristianesimo delle processioni, dei riti è come spazzato via, non dice più nulla alle coscienze.
C’è una decadenza di capacità di comunicare il messaggio che pure formalmente è contenuto in quelle parole e in quei riti.
E scomparso l’intero tessuto di mediazioni che nel passato stabiliva un collegamento in qualche modo efficace tra la coscienza singola e l’insieme del discorso e della simbologia cristiana.
Scomparso questo tessuto di mediazioni le coscienze si trovano di fronte alla sopravvissuta facciata di un cristianesimo di dichiarazione, di professione pubblica e non ne avvertono più il senso; e allora il grande apparato si piega su se stesso, continua a parlare, ma le coscienze se ne vanno per proprio conto: è un giudizio di Dio.
E questo avviene, credo, un po’ anche in noi, che pure frequentiamo l’assemblea cristiana, ma siamo, o mi sbaglio, stanchi di vivere un cristianesimo fatto di formule, di preghiere, di professioni di fede che non hanno rapporti concreti non con la vita vissuta in senso generico ma con quel nerbo solido e provocante della vita che è il problema morale fondamentale.
Tanto per prendere un’occasione di riprova di ciò che sto dicendo, pensate al discorso sulla pace che per il cristianesimo non è un discorso secondo, accessorio, ma centrale.
Cosa disse Gesù ai discepoli?
«Andate di casa in casa e dovunque entrate dite pace a questa casa».
La pace è l’annuncio messianico per eccellenza; una pace totale, è vero, complessa e non semplicemente quella che riguarda i conflitti armati.
Questo messaggio non è più stato centrale, è diventato del tutto esile, spirituale, declamatorio, natalizio, ma non ha fermato né cannoni, né archibugi, né spade; la storia è andata per il suo conto con le benedizioni e con la legittimazione da parte di coloro che si rifanno al Vangelo.
Contraddizione evidente che è lo scandalo del secolo.
Ma non voglio seguire questa strada.
Ne ho fatto cenno anche perché in questo momento, in una specie di liturgia che dire laica o religiosa non ha senso, molti nostri concittadini partecipano ad una marcia da Perugia ad Assisi che è in qualche modo una manifestazione appassionata di volontà di pace.
Noi non possiamo non solidarizzare con questi fermenti, che, pur all’interno di contraddizioni e di accaparramenti di ogni genere (ma questa è la storia concreta), manifestano ciò che dovrebbe essere al fondo del nostro spirito: la volontà di pace.
Ma questo è solo un esempio fra i mille della contraddizione non più tollerabile, fra le parole alte, profonde che illuminano gli orizzonti dell’uomo, di ogni uomo anche dei non credenti, e la nostra vita tutta subalterna ai meccanismi dell’egoismo di classe, dell’egoismo di gruppo e dell’egoismo personale.
Questa contraddizione l’abbiamo tollerata anche con l’aiuto di una teologia fatta apposta, quella del peccato: siamo peccatori, ci confessiamo, siamo assolti e poi pecchiamo e poi ci confessiamo e poi siamo assolti.
Abbiamo cercato un meccanismo per cui la stessa contraddizione è diventata fisiologica, normale, del tutto tollerabile.
Tutto questo non può più durare: siamo dentro il vaglio del giudizio di Dio, un vaglio severo ma che risana; l’ingiusto, lo abbiamo ascoltato in Ezechiele, se cambia vita, entra nell’amicizia con Dio.
Noi siamo collocati nell’ingiustizia, più che per libera scelta, per una scelta che ci ha generato, che ci ha educato, che ci ha formato la coscienza da cui sono poi venute le scelte personali di ratifica della situazione.
Nessuno di noi vuole la violenza formalmente, ma la violenza ci ha generato, ci ha educato e siamo tutti contribuenti ai meccanismi di violenza di cui vive la società.
Da “Il Vangelo della Pace” vol 1, anno A