29 Giugno 2014 – FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

29 Giugno 2014 – FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

29 Giugno 2014 – FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

 

La Chiesa non è né di Pietro, né di Paolo, né di Apollo ma di Cristo. Dovremmo saper tradurre, con la parola e con la vita, questo principio in termini attuali.

 

PRIMA LETTURA: At 12, 1-11- SALMO: 33- SECONDA LETTURA: 2 Tm 4,6-8.17.18-VANGELO: Mt 16, 13-19

 

…Dentro la comunità noi dobbiamo significare, anche nel nostro modo di comportarci, che il centro dell’unità è Cristo, e la sua parola. Noi ne siamo solo strumenti e segni. Quindi la disciplina della Chiesa deve essere, esplicitamente e non implicitamente e per sottintesi, al servizio dell’unità di Cristo. Che se essa si pone come ragione sufficiente è già «eretica» e fuori dell’unità della Chiesa. Chiunque edifica la Chiesa su altro fondamento che il Cristo, costui è eretico. La Chiesa non è né di Pietro, né di Paolo, né di Apollo ma di Cristo. Dovremmo saper tradurre, con la parola e con la vita, questo principio in termini attuali. Terza dinamica, legata a questa, è la dinamica comunionale. Sappiamo oggi che ogni comunità è tutta la Chiesa. Un’assemblea di tre attorno all’eucaristia non è una porzione, un’agenzia periferica della Chiesa cattolica, è la Chiesa nel suo essere pieno. Questo principio che sembra assolutizzare il particolare è lo stesso principio che fa obbligo a ogni comunità di stare in comunione con tutte le altre. La comunione inter-comunitaria è un momento essenziale della natura della Chiesa. Aprire la comunità cristiana che tende a chiudersi per le spinte soggiacenti, inconsapevoli o consapevoli, nelle sue opzioni particolaristiche, aprire questa comunità alla comunione con le altre, alla partecipazione e al confronto della fede: questo è il servizio essenziale a che le comunità siano il vero segno del Cristo, e non sia legato all’avventura spirituale di un leader particolare. Ogni carisma è importante ma guai se la comunità si edifica sul carisma di un leader, e non si lega organicamente con le comunità nate dalla medesima fede nel Cristo. C’è da inventare tutta una metodologia pratica di comunione inter-comunitaria? Ma intanto dov’è il segno di questa comunione? Il Vescovo è il segno, il garante della comunione tra la comunità. Se il Vescovo fosse il ministro del Signore che serve ad esprimere la comunione tra le comunità allora veramente avremmo la crescita della comunità secondo il Signore. Se il Vescovo si isola da questo rapporto orizzontale, che succede? Che tutti i rapporti della comunità diventano verticali, burocratici e alla fine estranei alla novità del Vangelo. I primi cristiani avevano delle metodologie che potrebbero anche essere rivissute oggi, come il confronto di fede fra comunità e comunità; come il dono dell’eucaristia da una comunità all’altra; come la esposizione dei problemi gravi di una comunità, non di fronte alla istanza autoritaria, isolata, alla maniera di un prefetto o di un capo politico, ma di fronte alle altre comunità perché esse, nel Signore, giudichino. In questo modo la fede rimane apostolica, cioè salda sul fondamento della sua origine e rimane diversa e varia. Non si isola nel settarismo e nel rapido deperimento. Questa è infatti la sanzione di ogni distacco dalla organicità comunionale: il deperimento rapido, dopo lo splendore effimero. Non ci troviamo, dunque, talmente nel buio da non sapere come spendere la nostra fedeltà al Signore all’interno della Chiesa. Ci troviamo invece nella possibilità di guidare – all’interno di un processo che ci compete e forse ci lacera – un progetto di Chiesa diverso da quello storicamente elaborato, che è ormai alle nostre spalle, e tuttavia costruito sullo stesso fondamento che sono gli apostoli in quanto annunciatori dell’evento pasquale.

 

Ernesto Balducci – da “La fede dalla fede” 1975

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