3 Agosto 2025, 18° Domenica T.O.

3 Agosto 2025, 18° Domenica T.O.

 

Qo 1, 2; 2, 21-23; Sal 94; Lc 12, 13-21

 

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Nel leggere stamani, per prepararmi a questa liturgia, queste parole di Qoelet, «vanità della vanità, tutto è vanità», come per un reagente chimico, mi si sono affollate nell’anima alcune memorie che sono anche vostre, o di molti di voi. Memorie di morte. Siamo nell’anniversario della strage di Bologna: come cancellare l’immagine di quell’insensato eccidio? Nell’ambito più nostro siamo nell’anniversario della morte, nel rogo di una foresta della Corsica, di Enzo e Patrizia Micheli, amici di molti di noi; ricevemmo qui, l’anno scorso, i loro resti miseri in un pomeriggio memorabile, terribile: ieri ero a commemorare, con i parenti e gli amici, questa morte tragica. E siamo attorno — così ci dicono le cronache — circondati da roghi: i boschi bruciano. E come un accumularsi dei segni della vanità, della morte e, più ancora, di quella stoltezza che si annida in noi e che è una stoltezza omicida. Mi è venuto perciò spontaneo riflettere — e vorrei in questa breve riflessione rendervene conto — su quale sia la sostanza di fondo della nostra fragilità e della nostra ferocia. È vero: la morte è stata sempre un’insidia per l’uomo, ma oggi essa è diventata così incombente e così totale nella sua minaccia, da segnare di sé la nostra generazione che è quella che per la prima volta ha saputo di essere mortale. La specie umana è sospesa all’arbitrio degli uomini come ad un filo che potrebbe recidersi da un momento all’altro. Nessuno, nel tempo passato e nemmeno ai tempi in cui queste parole furono scritte, ha potuto dare ad esse una verità così radicale e totale: siamo veramente vanità e questa volta a incombere su di noi non è la minaccia di un terremoto o di un diluvio, è la stessa costruzione dell’uomo. Noi abbiamo costruito attentamente, diligentemente, sapientemente la nostra probabile morte. La vanità che era come annidata nel fondo dell’essere umano, quasi per alta marea è venuta alla superficie. Appena qualche tempo fa era facile ridicolizzare le immagini degli asceti, ancora presenti nelle iconografie, che tenevano sul loro tavolino un teschio per ricordarsi che si deve morire. Ci diciamo oggi: chissà che in quella compresenza tra vita e morte non ci fosse una grande saggezza! La nostra tecnologia ci aveva avvezzati ad una specie di tracotanza: tutte le immagini di morte, le immagini funebri ci sembravano un residuo di tempi barbarici, ma adesso, per una specie di rappresaglia che darebbe molto da riflettere, i «teschi» noi li abbiamo, in altra forma, dinanzi agli occhi. Noi li rimoviamo perché non ci disturbino in questa nevrotica volontà di vivere che è quanto ci resta. Non la bella gioia di vivere, l’abbandono spontaneo ai moti profondi della natura, l’intrecciarsi gratuito, non interessato, delle amicizie, dei gruppi sociali, delle comunità primarie, ma una ricerca della vita che diventa l’estate ne è ormai una specie di liturgia preordinata — un parossistico tentativo d’uscir fuori da questo tutto è vanità». Chi sposa, il giorno delle nozze, dovrebbe dirsi: «Vanità, tutto è vanità». Lo so che questa è una predicazione rischiosa. Il rischio è che questo discorso recida il nerbo, gli slanci della nostra partecipazione. Ma il suo scopo è di dare alla nostra partecipazione, la più larga possibile, alle opere e ai giorni dell’esistenza, questa saggezza interna, questo suo limite, questa sua umiltà, questa sua pietà. Chi fa così non alza mai la mano contro l’uomo perché non esteriorizza mai il proprio nemico. Il nostro nemico è la morte che abbiamo in noi. Usciamo così da quello slittamento — che è l’alienazione di fondo — secondo cui la morte ci viene dal di fuori e noi la identifichiamo con i nostri nemici per abbatterla. La morte è dentro. Basta viverci insieme. E viverci vuol dire accettare il nostro limite, sentire come sono brevi i nostri giorni, avvertire come sono fragili gli equilibri di cui ci siamo rallegrati e non fare come l’uomo della parabola che ha un grande raccolto e dice: «Farò un granaio immenso» e la voce gli dice: «Stanotte morirai». Se volete sono antiche, viete massime, ma ricomponetele nell’idea di fondo che ho voluto esprimervi. È una mia personale riflessione che ho il diritto di comunicarvi. Tante cose mi son capitate e mi hanno qui ricondotto e sento che quello che sto dicendo non è di per sé nocivo all’impegno nelle militanze sociali, politiche, nell’amore tra l’uomo e la donna, nella gioia della famiglia: è soltanto un quoziente di sapienza che ci contiene dentro i limiti creaturali, ci porta ad accettare il provvisorio consapevolmente e a tenerci lontani da ogni idolatria. Quando ci illudiamo di essere solo vivi ci rappresentiamo la morte come un fatto esterno a noi. «Per questa grande illusione — dice in altra parte — percepiamo i nemici come quelli che vogliono farci morire e sentiamo la guerra come legittima difesa allo stesso modo in cui sentiamo legittimo espellere da noi la morte per non avvertire l’angoscia mortale. Diventando così, i nemici, i rappresentanti della morte che abbiamo messo fuori di noi, ci illudiamo di rimanere sempre vivi e di amare uccidendo i nemici nei quali abbiamo messo la nostra morte ed il nostro odio. L’apice dei nostri valori, che un tempo era contenuto nelle ogive delle cattedrali gotiche, è ora diventato l’ogiva dei missili e delle armi assolute. Ma che cosa è la morte, se non l’arma assoluta, l’arma che non ammette difesa? Così col progredire della nostra civiltà, ci viene rivelato che le nostre opere son fatte ad immagine della morte; la morte si svela nell’opera degli uomini che ne assumono la tremenda capacità di distruzione totale». Sono alcuni passaggi di un ragionamento più articolato, ma il cui succo è tutto qui. Per poter vivere in un atteggiamento di amore, di compassione, di non violenza, non basta sposare una ideologia, scegliere un partito politico, inserirsi in un movimento: occorre una conversione di fondo — quanto è difficile! me lo dico spesso — che consiste nel coabitare con la nostra morte, nel riappropriarsene come un momento della vita, come una sua misura, come una sua fragilità, come un suo limite. Certo questo ci pesa, perché i momenti di gioia vogliamo renderli assoluti espungendo ogni ombra: ma noi paghiamo questa follia. Vorremmo essere come dèi: ma noi paghiamo questa follia, perché nel nostro cuore entra la tracotanza. Rendere assoluto un momento della nostra vita, eliminando il negativo, questo è l’errore. È la stoltezza. È bene che ci ricordiamo: «Vanità, tutto è vanità». Chi sposa, il giorno delle nozze, dovrebbe dirsi: «Vanità, tutto è vanità». Lo so che questa è una predicazione rischiosa. Il rischio è che questo discorso recida il nerbo, gli slanci della nostra partecipazione. Ma il suo scopo è di dare alla nostra partecipazione, la più larga possibile, alle opere e ai giorni dell’esistenza, questa saggezza interna, questo suo limite, questa sua umiltà, questa sua pietà. Chi fa così non alza mai la mano contro l’uomo perché non esteriorizza mai il proprio nemico. Il nostro nemico è la morte che abbiamo in noi. Usciamo così da quello slittamento — che è l’alienazione di fondo — secondo cui la morte ci viene dal di fuori e noi la identifichiamo con i nostri nemici per abbatterla. La morte è dentro. Basta viverci insieme. E viverci vuol dire accettare il nostro limite, sentire come sono brevi i nostri giorni, avvertire come sono fragili gli equilibri di cui ci siamo rallegrati e non fare come l’uomo della parabola che ha un grande raccolto e dice: «Farò un granaio immenso» e la voce gli dice: «Stanotte morirai». Se volete sono antiche, viete massime, ma ricomponetele nell’idea di fondo che ho voluto esprimervi. È una mia personale riflessione che ho il diritto di comunicarvi. Tante cose mi son capitate e mi hanno qui ricondotto e sento che quello che sto dicendo non è di per sé nocivo all’impegno nelle militanze sociali, politiche, nell’amore tra l’uomo e la donna, nella gioia della famiglia: è soltanto un quoziente di sapienza che ci contiene dentro i limiti creaturali, ci porta ad accettare il provvisorio consapevolmente e a tenerci lontani da ogni idolatria.

Da “Il vangelo della pace” vol. 3 anno C

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