3 Maggio 2026 5ª Domenica di Pasqua
Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli
At 6, 1-7
Salmo 32
Seconda Lettura
Dalla prima lettera di San Pietro apostolo
1Pt 2, 4-9
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14, 1-12
Per quale ragione una parola così antica è sempre così attuale?
E che, se ci fate caso, quella che noi diciamo Parola di Dio ci costringe a prendere atto che l’iniquità di questo mondo consiste nello scartare, sia nella società che nel cuore di ogni uomo, tutto ciò che non accetta le sue regole.
La parola di Dio denuncia questo peccato e si fa messaggio di consolazione e di speranza per gli scartati. La necessità di questo messaggio non viene mai meno. Di questo ci parlano i tre brani della liturgia di oggi.
Perfino nelle mense di questi cristiani così fervidi la lama della discriminazione si insinuava: le vedove erano trascurate. Ma sappiamo che le donne in genere erano scartate nella città antica. Esse non contavano sia nella Gerusalemme degli ebrei che nell’Atene dei greci, che nella Roma dei romani.
Gli schiavi non contavano, i lavoratori manuali non contavano. La così detta città antica era una grande costruzione in cui i tre quarti degli abitanti erano scartati.
Il Vangelo fu un annuncio agli scartati. Furono gli scartati che trovarono straordinaria questa notizia: ecco perché la chiamarono «la buona notizia».
Nel secondo brano, l’autore della lettera di Pietro parla dei cristiani come di pietre vive scartate dai costruttori.
I costruttori — questo è vero per tutti i tempi, ma soprattutto per il nostro tempo in cui i costruttori hanno criteri di misura eccezionalmente precisi ed esatti — odiano le pietre vive. Una pietra viva non è una pietra. La pietra deve essere morta, squadrata a puntino.
Ogni costruttore vuole quantificare il materiale, misurandolo perché la sua architettura risulti precisa e solida.
Gesù era una pietra viva e fu scartata.
I cristiani erano pietre vive. Essi erano esclusi dal tempio. Il tempio ormai non significava più nulla, anzi quando quel12 lettera fu scritta non c’era più, era stato abbattuto.
Mentre i buoni ebrei col crollo del tempio ebbero una specie di trauma collettivo che ancora oggi agisce nella loro psicologia — il Muro del pianto è là a ricordare una gloria antica — i primi cristiani scartati erano lieti e essi erano chiamati a fare un edificio vivo e non un edificio morto, e questo edificio non era l’edificio in cui l’uomo doveva inserirsi, era l’uomo stesso.
La coincidenza fra la costruzione dell’edificio e la costruzione dell’uomo è la novità del Vangelo delle origini.
Un’altra linea di discriminazione era quella tra i conoscitori di Dio e i non conoscitori.
La conoscenza di Dio è stata in tutte le società una specie di competenza specialistica riservata a una casta variamente chiamata: dai filosofi greci ai bramini indiani. Solo i bramini e i filosofi sanno chi è Dio.
Gesù offende questa pretesa: non c’è bisogno di cercare Dio perché «chi vede me vede Dio». Gesù non fa solamente questa equazione, dice anche che chi vede e chi incontra un assetato ha incontrato Lui.
Per una catena di equazioni la ‘ricerca di Dio’ si riduce a questo: chi incontra l’uomo vivo ha incontrato Dio.
Quindi la discriminazione, così potente, operata dalla casta sacra nei confronti di coloro che non hanno competenza su Dio è stata annientata da Gesù Cristo.
L’annuncio evangelico è il ribaltamento dei criteri della costruzione di questo mondo.
Mentre io dico queste cose, riassumendo frettolosamente alcuni aspetti sociologici e culturali del mondo antico, come contrappunto penso a me e a voi che non siamo pietre scartate.
Siamo pietre che i costruttori, più o meno, hanno apprezzato. Abbiamo perfino titoli di studio e quindi siamo abituati alla costruzione della città. Abbiamo ruoli in questa città.
Però in questa nostra esperienza di integrazione nella città terrena noi avvertiamo — altrimenti il Vangelo non significa più nulla per noi — che in noi viene scartato qualcosa che vale più di tutto.
La cultura della città è rigidamente immanentistica per cui ogni desiderio che eccede la misura del tempo è fatuo e infantile.
Noi che abbiamo l’esperienza di qualcosa di vivo che è dentro di noi e che non è preso in considerazione dai costruttori subiamo una specie di frattura interna.
Io e voi abbiamo desideri che non si possono nemmeno dire perché sono ridicoli. I costruttori non li prendono in considerazione.
Abbiamo un’ansia di felicità, di fraternità, di pace che non può esser detta; abbiamo perfino il pazzo desiderio di una città senza nemmeno un poliziotto e un carcere, uno Stato senza le armi, senza confini né dogane: una follia.
Ho in me, ma tutti li avete, desideri infantili che ci rimandano al mondo della fiaba.
Nella nostra cultura c’è un genere letterario fatto apposta — la fiaba — in cui chi ha questa voglia la espone e l’appaga.
Da “Il Vangelo della pace”, vol. 1, anno A