30 Agosto 2026, 22ª Domenica del Tempo Ordinario

30 Agosto 2026, 22ª Domenica del Tempo Ordinario

Letture: Ger: 20, 7-9; Rom: 12, 1-2;
Vangelo: Matteo: 16, 21-27

Le parole di Paolo — «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente» — hanno il pregio di una grande chiarezza nella formulazione di un programma che riguarda, in tutto il suo arco, la nostra vita di fede.

Oggi abbiamo tre situazioni esemplari che ci permettono di dare a quelle parole un significato molto preciso.

Geremia non ha voluto profetare, ma ha dovuto profetare, perché sentiva dentro le sue ossa un fuoco ardente: non ne poteva più!

Senza le altezze della profezia, la situazione del «non poterne più» la conosciamo anche noi. Egli vedeva la violenza e l’oppressione là dove nessuno si accorgeva di violenza e di oppressione. La mentalità dominante — perché questa poi è la mentalità del secolo — considera ovvie, normali, legittime situazioni che sono invece, nel loro intimo, situazioni di oppressione e di violenza.

Chi scopre queste cose cade in rovina, perché sente in sé un fuoco e non lo può tenere. Ci sono degli impulsi profondi, quelli che nascono dalla radice dello spirito ferito nel suo bisogno assoluto di giustizia, che non possono essere frenati una volta che le circostanze esterne li provochino.

Pensate a quello che noi vediamo continuamente: persone in prigione senza condanna, mercato della droga senza limiti, la corruzione che si insedia nei palazzi del potere… Non se ne può più!

Questa impossibilità a trattenerci non è frutto di semplice impazienza, è dovuta al bisogno di giustizia che è il bisogno che ci fa nobili, senza del quale saremmo soltanto individui di una specie animale.

Questo bisogno di giustizia non può tacere. Chi parla in suo nome è profeta. La parola profeta non appartiene a nessuno, nemmeno al cristianesimo: è profeta chi dice ad alta voce e con forza ciò che irrompe dal profondo bisogno di giustizia in cui l’uomo trova rispecchiata la sua dignità morale.

Quando noi vediamo ferita la giustizia su cui si regge la convivenza pubblica e, al di là di ogni nostro interesse, anzi a scapito dei nostri interessi, noi parliamo, noi protestiamo, noi gridiamo, allora siamo nella profezia, cioè viviamo secondo Dio.

La seconda situazione — quella della lettera di Paolo — consiste nella critica alla mentalità del secolo.

La parola secolo, nel linguaggio neotestamentario, indica non una misura quantitativa ma qualitativa del tempo. Il secolo è il tempo nostro visto però nelle istituzioni che governano la società, nella cultura di cui quelle istituzioni si fanno severe custodi, nelle norme giuridiche che esse tutelano e applicano e nello spirito del tempo che promana da questa organizzazione complessa di potere.

Ogni secolo, anche il nostro, ha una mentalità dominante che penetra profondamente dentro di noi. Noi cominciamo ad essere cristiani, a vivere secondo la volontà di Dio quando spezziamo questo meccanismo di integrazione che dalle alte sfere anonime penetra in modo capillare nei meandri della nostra coscienza, per cui le «verità» su cui si insedia il secolo — anche se noi, in apparenza, per spirito di purezza e di umiltà, le rigettiamo — penetrano in noi come l’umidità nelle pareti ed entrano nel nostro profondo.

Siamo scandalizzati, in apparenza, dei comportamenti pubblici, ma li ripetiamo pari pari nella nostra sfera privata. Deprechiamo il latrocinio, ma commettiamo il nostro piccolo latrocinio privato; siamo in apparenza sdegnati del comportamento degli uomini di potere ma nel nostro ambito lo riproduciamo perfettamente.

Sotto il velo della buona coscienza la mentalità del secolo prospera in noi. Siamo figli del secolo, e come lo siamo!

Ad esempio: è nella mentalità del secolo che non si può essere sicuri senza la forza. È un principio intoccabile e chi lo tocca, come capitava a Geremia, diventa oggetto di scherno e ognuno si fa beffe di lui.

Ci sono dei princìpi così divulgati, così compenetrati con gli stessi princìpi primi del nostro ragionare che non li possiamo toccare. Eppure dobbiamo toccarli.

Convertirsi, cambiar mente vuol dire individuare i princìpi del secolo e combatterli, purificandoci. È il nostro compito e se noi lo facessimo ne porteremmo in noi le conseguenze.

Anche qui gli esempi non mancano. Ho già fatto quello che riguarda l’ideologia della sicurezza che è l’ideologia più importante del nostro tempo. Per la ragione di sicurezza all’Est e all’Ovest ci sono popoli conculcati, sterminati, ci sono innocenti in prigione. La sicurezza è il grande principio all’Est e all’Ovest. Noi gridiamo oppressione e violenza ma in alto si dice legge, ordine.

Come possiamo convertirci? Le occasioni non ci mancano.

La situazione esemplare è quella proposta dal Vangelo di Matteo. Già domenica scorsa, per mettere controluce il brano precedente in cui Gesù diceva a Pietro: «Tu sei la pietra», anticipavo il brano odierno, in cui Pietro è chiamato Satana e non più pietra.

Pietro ragionava secondo il secolo. Lui che doveva essere la pietra, subito dopo l’investitura dette l’esempio di come la pietra può diventare Satana che tenta, scardina il regno di Dio, perché ragiona secondo gli uomini.

Pietro applicava una categoria che si riconosce indispensabile per chi voglia aver successo. Pietro seguiva Gesù nella speranza del successo.

Gesù non è, come potrebbe apparire ad una lettura immediata e superficiale, colui che esalta il soffrire, o che prende la croce come se la sua predicazione abbia senso nel prendere su di sé la sofferenza.

Gesù non esorta mai alla sofferenza. La sua parola non è minimamente contagiata da quella sapienza oscura e notturna che porta al compiacimento del soffrire.

Gesù prende la sua croce per una ragione pubblica. Prendere la croce vuol dire prendere sulle spalle lo strumento di supplizio inflitto dal potere. La croce è come il sigillo di un potere che condanna. La croce è un ludibrio pubblico meritato attraverso un comportamento non conformista, non «conforme al secolo».

Gesù ci dà finalmente la misura ultima della non conformità. Ci possono essere anche atteggiamenti di insofferenza verso il mondo che sono forse derivati dal temperamento, dalla nevrosi… Non tutti quelli che son scontenti meritano ascolto.

Ma la ragione delle ragioni è che in Gesù c’è una proposta, una misura nei confronti della quale appare la intollerabilità delle misure esistenti: è il totale rigetto della violenza in tutte le sue forme, anche mentali, come quella degli Scribi che possedevano il sapere e violentavano, col sapere, le coscienze, come quella dei Farisei che possedevano le regole del comportamento morale e come tali vessavano le coscienze.

Gesù è l’alternativa della non violenza. Ci presenta la condizione umana sgombra da tutti i limiti che la rendono così disumana, così selvaggia e così contraria alla pace e alla fraternità.

Ecco perché Gesù è sconfitto. Pietro ragiona male non perché egli non debba soffrire alla prospettiva della sofferenza del maestro, ma perché non si rende conto che quella sofferenza non è un incidente malaugurato, è lo sviluppo logico, consequenziale della predicazione del maestro, della scelta che il maestro ha fatto.

Giustamente anni fa, un vescovo degli Stati Uniti applicò questo brano alla sua scelta di rifiuto delle armi fino alla obiezione fiscale e disse: «Oggi chi fa così è perseguitato dal potere, cioè ha la croce su di sé».

La croce su di sé non è solo, o prevalentemente, la malattia, la sofferenza… — anche questo entra nell’ombra del potere di questo mondo che ci schiaccia — ma, in modo più specifico e direttamente raffrontabile alla condizione di Gesù Cristo, è l’oppressione con cui il potere colpisce coloro che dissentono dalle sue fondamenta.

Chi rifiuta il potere delle armi prende su di sé la sua croce, la croce di Gesù Cristo, quella che Egli ha preso.

Questa riflessione, che ha accomunato tre situazioni diverse, toglie al progetto di vita cristiana la genericità e la evasività devozionale in cui spesso sfuma e si dissolve.

Voi comprendete che appena dico queste cose non posso non avvertire immediatamente lo stridore fra ciò che dico e di cui sono convinto e la condizione effettiva del mio vivere, e allora sento un fuoco dentro le ossa.

Da “Il Vangelo della Pace”, vol. 1, anno A.

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