31 Luglio 2016 – 18^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – C

31 Luglio 2016 – 18^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – C

31 Luglio 2016 – 18^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – C

 

Noi siamo entrati, irrimediabilmente, in congiuntura morte anche come uomo collettivo. Il mondo è vecchio, la civiltà è decrepita, tutto ciò che l’uomo fa non fa che proiettare in grandi dimensioni la sua inestirpabile vecchiaia.

 

PRIMA LETTURA  Qo 1,2; 2,21-23- SALMO  89- SECONDA LETTURA  Col 3,1-5. 9-11– VANGELO  Lc 12,13-21

 

…Non dobbiamo vivere le cose grandi come se fossero assolute, dobbiamo viverle sapendo che esse sono limitate. Questa lezione di saggezza, interna alla fede, ci apre all’affermazione del sì. Quell’istinto di vita, quel principio di eros che è in noi è il punto di innesto della promessa che ci è stata fatta e di cui Gesù Cristo è come il segno, cancellato dalla potenza dell’uomo, ma restituito a noi dalla potenza di Dio con la resurrezione. Questo è il punto di innesto tra quello che sperimen-tiamo noi uomini, senza distinzione, in questa parità creaturale che ci mette tutti in linea. Di fronte ad una bara non c’è parola che possa essere convincente in quanto siamo tutti fermi ed immobili di fronte all’evidenza del no. E l’esigenza di vita che è come partorita di fronte alla perentoria onnipotenza del no, ha dalla sua parte la promessa di Dio. La fede è questo. Mentre tutto imputridisce, l’uomo vecchio se ne va, è la categoria che Paolo usa per esprimere il principio di morte. L’uomo vecchio è infinite cose: non va inteso soltanto nel senso individuale ma anche nel senso collettivo. Noi siamo la generazione che ha sentito i primi brividi della corruttibilità della civiltà, delle grandi creazioni dell’uomo. Una nube è passata e ha fatto rabbrividire tutto. Noi siamo entrati, irrimediabilmente, in congiuntura morte anche come uomo collettivo. Il mondo è vecchio, la civiltà è decrepita, tutto ciò che l’uomo fa non fa che proiettare in grandi dimensioni la sua inestirpabile vecchiaia. Ma c’è qualcosa di nuovo che è nato. È nato in noi quest’uomo nuovo che aspira all’immortalità, all’integrità della bellezza, alla salvezza delle cose che riflettono in sé la dignità sublime della co-scienza morale. Tutto questo non si può dire con parole appropriate perché l’uomo nuovo non ha vocabolario, non ha strumenti espressivi che sono tutti dell’uomo vecchio che se ne va. Lo sentiamo anche noi quando ripetiamo la fede con vecchie parole. Vorremmo parole nuove ma non le abbiamo e dobbiamo di continuo accettare questa specie di infanzia della novità, questo suo sillabare le cer-tezze senza poterle trasformare in massicce e squadrate evidenze. È l’uomo nuovo che in noi cresce fino alla sua piena manifestazione. Fede e speranza sono due facce di uno stesso atteggiamento. La certezza della fede è nella speranza. Le sue certezze non hanno l’oggetto corrispondente a sé, l’oggetto sfugge, è nel futuro. Per questo l’uomo nuovo cresce, è come una gestazione continua, è in quel limite tra il non-essere e l’essere in cui si trova il bambino quando è ancora nel seno della ma-dre. Non sa chi è, ma è, viene dal profondo passato biologico della specie ma già si affaccia all’alba dell’umanità. In questa cangiante realtà noi viviamo il nostro mistero tra morte e vita. Questo è tutto ciò che possiamo dire. Le grandi parole della resurrezione si collocano in questa prospettiva dell’uomo nuovo come orientamenti, come aspirazioni, come punti di approdo che fanno rifluire dentro di noi la gioia dell’esistere. Più noi viviamo nelle profondità dell’esperienza, più crescono in noi i risentimenti perché le bellezze della creazione sono tutte circoscritte dalla vanità, come se un genio malefico avesse voluto esercitare il proprio estro suscitando creature appassionate del bello, ma costrette a morire con ciò che amano. La fede è come una riconciliazione con il principio delle cose che ha preparato per noi questa pienezza. Queste le riflessioni che mi veniva fatto di ripetermi questa mattina ad alimento della nostra saggezza e dell’equilibrio interno tra la perenne sapienza del no e la gracile potenza del sì. È questa la verità delle cose e Dio voglia che in noi questa crescita continui e continui secondo le proprie leggi: nell’umiltà, nella povertà dello spirito, perché per poter accettare queste cose, dobbiamo avere attraversato il muro di ombra del no. Quando si attraversa quel muro di ombra siamo veramente poveri. La cultura non conta niente, la ricchezza non conta niente, la giovinezza non conta niente quando si attraversa quel muro di ombra perché il neonato ed il decrepito sono contemporanei in quanto le distanze si annullano. Si è poveri della povertà creatu-rale. Siamo stati assottigliati dal no come un ciottolo da un fiume, siamo ridotti all’essenza. Quella è la povertà e solo da quella povertà il sì può nascere con purezza. 

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” vol. 3

 

 

 

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