6 dicembre 2015 – 2^ DOMENICA DI AVVENTO Anno C

6 dicembre 2015 – 2^ DOMENICA DI AVVENTO Anno C

6 dicembre 2015 – 2^ DOMENICA DI AVVENTO Anno C

 

 Prima si poteva sempre pensare che la guerra si fa per cause giuste, contro gli ingiusti; ma ora non si può perché appena si entra nella trama della violenza con tutte le sue possibilità noi non siamo più parte contro parte, siamo nella logica del suicidio globale.

 

PRIMA LETTURA:  Bar 5,1-9- SALMO: 125- SECONDA LETTURA:  Fil 1,4-6,8-11- VANGELO:  Lc 3,1-6

 

                                …L’annuncio del Vangelo è la costruzione di una città in cui sia legge l’amore, il cui saldo fondamento sia la premura dell’altro, attraverso lo scambio di infinite reciprocità. Non dunque il potere, che fa terrore. Quando dico «potere» non voglio usare un nome demoniaco che non ha riscontri nella realtà più modesta della nostra vita quotidiana. Alludo proprio a quell’insieme di rapporti, microscopici e macroscopici, privati e pubblici in cui è legge la dipendenza dell’uomo da altri, una dipendenza che modifica le coscienze, che rende passive le moltitudini, rende conformisti gli intellettuali, rende complici i ricchi. Insomma è la grande Menzogna. Si spiega il perché la tentazione del deserto abbia sempre accompagnato la storia della fede – ma che dico? – la storia della spiritualità umana. Sappiamo che in oriente e in occidente molti sono fuggiti nel deserto quasi a cercare nella solitudine di dare realtà ad un sogno di convivenza che nella città degli uomini era impossibile. Ma Gesù non è fuggito nel deserto: il deserto era un luogo dove Egli si raccoglieva per ritrovare le misure totali e per ritornare nella città, con ostinazione, fino alla morte. Il nostro compito oggi è intanto quello di tenere limpida e luminosa dinanzi alla nostra immaginazione morale la prospettiva della città di giustizia e di pace. Credere a questa città è difficile quasi come credere in Dio. Se io sono grato – e ne ho tanti di motivi – alla parola evangelica è proprio perché essa risveglia in me questa fede che gli uomini fan di tutto per annientare: la fede che sia possibile modificare questo mondo. Allora, in virtù del discernimento di cui parlavo agli inizi, non posso che riconoscere straordinaria la situazione del tutto nuova in cui ci troviamo, che cioè il progetto di una città di pace in cui la logica della forza sia eliminata è diventata una necessità imposta dall’istinto di sopravvivenza. Prima si poteva sempre pensare che la guerra si fa per cause giuste, contro gli ingiusti; ma ora non si può perché appena si entra nella trama della violenza con tutte le sue possibilità noi non siamo più parte contro parte, siamo nella logica del suicidio globale. E quindi siamo nella necessità dell’amore. Non basta che in una città ci siano le anime buone che si dedicano alle opere buone. Ogni potere ha sempre avuto bisogno di questi orticelli di confronto. Nella logica della città violenta una porzione dedita alla non violenza è quel che ci vuole! Anche nella città medievale – Ahimè segnata dal nome cristiano, ma una città bellicosa! – si è sempre reso onore a coloro che facevano voto di mitezza e di povertà. Anzi la chiesa cattolica chiedeva l’esenzione dall’uso delle armi per i suoi «clerici». Noi dobbiamo uscire da ogni menzogna. La necessità della fede è come un torrente in piena che trova l’ostacolo e fa schiuma e si gonfia. È qui che noi siamo: o buttiamo giù l’ultimo argine oppure noi siamo costretti alla disperazione. Ecco il punto critico, disposto dalla storia degli uomini. Spianate le montagne, colmate le valli perché deve arrivare la salvezza per ogni uomo. Ogni uomo vedrà la salvezza. La condizione è l’insieme delle opere di giustizia e di pace che ciascuno di noi è chiamato a compiere. Penso all’educazione, alla vita in famiglia, alla vita nella scuola, alla vita nella fabbrica dove l’alternativa si deve sempre più aprire alla nostra coscienza ed arricchirsi di strumenti. Allora diventa una parola di consolazione quella che dice il profeta: «e sarà pace della giustizia e gloria della pietà». Questo è il nome della città verso la quale andiamo. La nostra volontà trova in questa speranza i suoi argini e la sua prospettiva di sviluppo.

 

Ernesto Balducci – da: “ Il Vangelo della pace” vol. 3 – anno C (1979/80)

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