7 Dicembre 2025, 2° Domenica Avvento
Prima Lettura: Dal libro del profeta Isaia – Is 11, 1-10 Salmo 71
Seconda Lettura: Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani – Rm 15, 4-9
Vangelo: Dal Vangelo secondo Matteo – Mt 3, 1-12
Questa cruda pagina del vangelo, che mette sulle labbra del Battista espressioni così violente, esprime bene il limite e insieme la grandezza del profeta che precede Gesù. La sua grandezza è nella percezione lucida dell’imminente ira. Sappiamo che l’ira imminente stava arrivando col passo imperiale dei romani. Il tempio sarebbe stato bruciato, la desolazione avrebbe fatto dimora a Gerusalemme, il popolo sarebbe stato disperso: l’ira era imminente.
Questa ira era meritata da questo popolo perché aveva trasformato la sua fede in Abramo in una fede orgogliosa, che gli dava una falsa sicurezza: «Noi siamo i figli di Abramo». Qui però è anche il limite del profeta Giovanni. Non a caso Gesù dirà di lui che «il più piccolo del Regno di Dio è più grande di lui» che pure è il più grande dei profeti.
La profezia che veramente coincide con le promesse di Dio, non è quella della fine. Sappiamo che, per una legge storica ormai chiaramente messa in luce dagli studiosi, la sindrome della fine dei tempi è una specie di meccanismo che agisce dentro i gruppi sociali quando essi perdono il fulcro della loro tradizionale sicurezza. Finisce il loro mondo e quindi finisce il mondo. Questa trasposizione dalla catastrofe particolare a quella universale appartiene ai fenomeni del vivere storico.
La novità straordinaria, che qui Giovanni Battista annuncia con profonda fede, è quella di Gesù che non viene a battezzare con l’acqua (i riti non fanno che ratificare la realtà esistente), a denunciare la vanità di questo mondo e a sollecitare le speranze dell’oltretomba. Gesù viene invece con una novità il cui contenuto — per uscire subito dalle divagazioni — è quello della profezia messianica che abbiamo letto nelle incomparabili parole di Isaia: una profezia che scende come una benedizione nelle viscere della terra, pervade perfino — certo con intenzione simbolica ma non soltanto simbolica — tutta la gerarchia degli esseri viventi.
La fauna degli animali strutturalmente in lotta fra loro è collocata in una specie di idillio pacifico che è come l’emblema della condizione dell’umanità finalmente in pace. Gesù non è un annunciatore di catastrofi, non viene a sfruttare la indomabile paura dell’uomo, non provoca il senso della vanità della vita per trarne entusiasmi verso l’oltretomba. Questa deformazione del cristianesimo è nata all’interno di una lunga stagione in cui la religione servì come cemento alla stabilità di questo mondo e come garanzia per le sue ingiuste gerarchie.
Abbiamo fatto di Gesù un fondatore di religione da adorare, ma senza che la sua parola potesse toccare le fibre interne del mondo. Un vizio talmente profondo che si ritrova perfino in alcuni recenti documenti di episcopati. L’annuncio di pace, essi dicono, vale per le coscienze, ma non per gli stati, non per le nazioni che devono seguire un’altra logica. La tentazione di spaccare l’unità indissolubile del destino umano in due livelli: uno, che chiamiamo Regno di Dio, vissuto dalle coscienze e dalla Chiesa nei momenti dell’assemblea eucaristica o della parola di Dio; l’altro quello della logica di questo mondo che va rispettata anche se è una logica di contrapposizione di forze.
Questa idea dei due regni, che la riforma luterana ha formalmente codificato, è — a mio giudizio — una delle più astute deformazioni del messaggio evangelico, che invece, nonostante i problemi che questa interpretazione crea e suscita, va inteso come un messaggio indissolubile che riguarda anche l’ordine terreno. La «pace» è un comandamento per le coscienze ma anche per la società, anche per gli stati. Misurandosi con quel comandamento gli stati scoprono, se appena si riflette, la loro relatività e la loro illegittimità perché la famiglia umana solo «per accidens» è divisa in stati contrapposti, ma nell’esigenza profonda dell’uomo essa forma una sola comunità.
Da “Il Vangelo della Pace” vol. 1, anno A